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Quando a Crespi d’Adda si faceva Embedded Innovation

Quando a Crespi d’Adda si faceva Embedded Innovation

Per chi, come noi di Ars et Inventio, ha fatto dell’innovazione il proprio core business e oggetto di studio prediletto, il tema della Sustainable Innovation è senza dubbio uno dei campi di maggiore interesse.

In questo contesto, un modello di riferimento, che personalmente trovo particolarmente intrigante, è l’Embedded Innovation Paradigm (o EIP) sviluppato da due professori di Cornell University Erik Simanis e Stuart Hart sulla base della loro attività accademica e di progetti sviluppati sul campo insieme a diverse multinazionali in Africa, India, Messico e Stati Uniti relativamente al Base of the Pyramis Protocol.

Embedded Innovation Paradigm

Embedded Innovation Paradigm

 

Il modello è infatti utilizzato principalmente per liberare valore in quella che viene comunemente definita “BoP”, Base of the Piramid, la base della piramide economica, vale a dire tutte quelle comunità indigenti che normalmente vengono trascurate dalle corporation in quanto considerate poco interessanti in termini di ROI. L’esempio storicamente noto di maggiore successo di innovazione sostenibile, a cui il modello EIP si applica meglio, è Grameen Bank di Muhammad Yunus, premio nobel per la pace nel 2006.

Il discorso non è banale e meriterebbe ben più di un post su un blog per essere approfondito. Semplificando, ciò che differenzia profondamente l’EIP dal più tradizionale Structural Innovation Paradigm è il coinvolgimento profondo di tutti gli attori coinvolti nel modello di business, nella logica di ri-integrare produttori e consumatori in una relazione sociale e non solo economica. L’innovazione più radicale è la costruzione della relazione stessa.

Structural Innovation Paradigm

Structural Innovation Paradigm

 

L’EIP implica la convinzione che nella complessità delle economie moderne vi sia un potenziale latente per generare un numero infinito di nuove forme di business e di scoprire nuovi mercati inesplorati. Il ruolo sociale delle imprese più innovative e degli imprenditori più visionari è quello di continuare a smuovere la terra e permettere il fiorire di nuovi modelli di business, generando così opportunità per le persone di partecipare in modo significativo alle realtà socio economiche che vanno delineandosi. Un’espansione continua in sempre nuove direzioni, che implica curiosità, esplorazione, investimento, il rischio di fallire e quello di avere successo.

In Ars et Inventio abbiamo iniziato a porci diverse domande su questo tema, e le risposte non sono affatto definitive (ma quando mai lo sono in realtà?). Stiamo cercando di capire come questo modello sia applicabile alle economie avanzate come la nostra ad esempio: la crisi finanziaria ha infatti eroso benessere per quella che una volta era la classe media, la crisi sociale mette in discussione quotidianamente la logica dei rapporti tra i diversi stakeholder economici, sociali e politici, la ricchezza è sempre più polarizzata. Queste sembrano essere premesse molto valide per pensare a un nuovo paradigma di innovazione che non veda le aziende volte solo a massimizzare un ritorno di breve termine, generato dalla capacità di creare prodotti meglio, più economicamente e più velocemente rispetto ai competitor. Si apre uno scenario in cui le imprese sono invece in grado di dare forma a nuove modalità di creazione del valore, basate sulla relazione con la comunità di cui fanno parte, in grado di generare ritorni anche in contesti finora considerati di scarso valore economico grazie a nuovi modelli di business.

Un altro aspetto su cui stiamo riflettendo è quello della prospettiva storica. Ma non è che tutto questo – ci siamo chiesti – non è affatto una novità ma è un modello che invece abbiamo già visto e che è andato perduto e quasi dimenticato? Parzialmente è così. Almeno per quanto riguarda gli aspetti produttivi. Pensiamo agli albori del capitalismo, ai primi esperimenti di comunità produttive nate in Inghilterra e fiorite anche nel nostro paese (come il peculiare esempio del titolo di questo blog, di cui rimane traccia in provincia di Bergamo, nel meraviglioso villaggio di Crespi d’Adda, Patrimonio dell’Unesco,che consiglio vivamente di andare a visitare). Per certi versi, si tratta di esempi di esperimenti di embedded innovation ante litteram, seppure solo per quanto riguarda gli aspetti di produzione. Follia immaginarli oggi? Non se guardiamo ai dati finanziari di un’azienda come Brunello Cucinelli, ad esempio, il cui valore in borsa a gennaio di quest’anno, a un anno e mezzo dalla quotazione, era aumentato di quasi il 200%, e che basa la propria forza sulla filosofia dell’impresa umanistica che prevede il coinvolgimento profondissimo delle proprie maestranze (che di veri e propri maestri si tratta) nel contesto del villaggio azienda di Solomeo nel cuore dell’Abruzzo, e i cui prodotti sono comprati a prezzi decisamente premium da clienti in tutto il mondo… Insomma innovazione non è solo Silicon Valley…

E già che cito la Silicon Valley, croce e delizia di tutti i malati d’innovazione del mondo, apro e non chiudo un altro tema che in questi mesi emerge molto nelle nostre discussioni tra colleghi, clienti e partner: quello della Corporate Entrepreneurship e delle sue applicazioni nel nostro paese, dove è tutto un fiorire di call for ideas,  accelleratori e opportunità (o presunte tali) per start-up e nuovi imprenditori. Ma siamo sicuri che pensare agli ecosistemi di nuove imprese secondo le logiche tradizionali del mondo economico sia sufficiente? Non sarebbe più opportuno rimandare la massimizzazione a breve-medio termine dell’utilità degli attori coinvolti, nel tentativo invece di capire come creare un vero nuovo ecosistema? Dopo tutto Rome wasn’t built in a day… and neither was Silicon Valley… Ma questo lo lascio per il prossimo post.

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