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Desidero introdurre il post di questa settimana con una domanda forte, di rottura, cogliendo l’occasione per parlarvi di un articolo che ho letto qualche giorno fa: i soldi possono comprare l’innovazione?
I puristi dell’innovazione ribatteranno che questo concetto non rientra nella lista dei beni monetizzabili, che le idee sono il risultato di un lampo di genio, una casualità imprevista quanto inaspettata: la serendipity. Le origini del termine risalgono ad un’antica favola persiana che narra la storia di tre principi originari della terra di Serendippo, alla ricerca di una principessa con cui maritarsi. Anche se non la troveranno mai, lungo il loro cammino i tre scopriranno “un po’ per caso, un po’ per sagacia o semplice associazione di idee” alcuni tesori che li renderanno più colti: piante, animali, pietre preziose e curiose invenzioni. Studi più recenti dimostrano che i momenti più indicati per la generazione di nuove idee sono quelli in cui letteralmente le persone “staccano la spina”. Fare una passeggiata, dedicarsi alle proprie passioni o abbandonarsi al getto dell’acqua della doccia sono tutti i momenti in cui il singolo abbassa le difese e la corteccia cerebrale destra è libera di esprimersi.
Detta così, innovare sembrerebbe un’attività a costo zero, in cui l’unico requisito è dare sfogo alla creatività, liberare la propria mente dalle redini della routine e delle convenzioni sociali. Non tutti però sono dello stesso avviso. C’è, infatti, una scuola di pensiero, secondo cui gli incentivi economici possono contribuire a dare una spinta al flusso d’idee. Come? Beh, semplice: motivando i principali attori coinvolti nel processo, a cominciare proprio dai dipendenti. Per completezza d’informazione va però detto che, ove previste, le ricompense hanno un impatto limitato prevalentemente alle innovazioni incrementali. In un recente studio, ripreso dalla rivista di settore “Strategic Management Journal”, è stato infatti dimostrato che gli incentivi influiscono sulla quantità delle idee, ma non altrettanto sulla loro qualità e sulla loro forza innovativa.
Il pensiero comune vuole che le innovazioni incrementali siano percepite come innovazioni di serie B. Questo non è sempre vero: a volte basta, infatti, cambiare qualche piccolo dettaglio qua e là per migliorare sensibilmente la user experience. Sul tema è intervenuto anche Larry Page, affermando che ben il 70% del portfolio di Google è costituito per l’appunto da innovazioni incrementali, nate come miglioramenti di prodotti già esistenti (l’ultimo esempio è la piattaforma integrata di social sharing Google Plus).
Se, quindi, partiamo da questo presupposto e cioè che le innovazioni incrementali siano altrettanto importanti di quelle disruptive, perché la maggior parte delle aziende si ostina a non attribuire loro il giusto valore? Pretendere che i dipendenti facciano innovazione by default, come attività extra in aggiunta alle routine lavorative, è eticamente ingiusto oltre che improduttivo. Non sarebbe allora meglio prevedere qualche incentivo – non necessariamente di tipo monetario, ma anche più “velato”, tramite gamification – per motivare i propri dipendenti e aiutarli a tirare fuori il loro potenziale nascosto? Senza ridurre tutto alla mera questione economica, io credo proprio di sì.

Ad ogni modo vi lascio a queste riflessioni e vi aspetto nei commenti.

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