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Più azienda che startup, più startup in azienda

Startup è una delle parole più in voga del momento. Oggi, se non hai una startup o non collabori con una startup, non sei nessuno. Ma oltre all’effetto moda, nato da Apple e dal mito delle “Garage Company”, l’accezione che ha assunto negli ultimi tempi il termine “startup” (ovvero di “azienda innovativa, spesso anche erroneamente sinonimo di “digital” o di “app”) rischia di generare un fraintendimento pericoloso. La startup non è un’azienda, ma una fase aziendale. Wikipedia definisce infatti startup “la fase iniziale per l’avvio di una nuova impresa, cioè quel periodo nel quale un’organizzazione cerca di rendere profittevole un’idea attraverso processi ripetibili e scalabili”.

Ma perché allora si parla tanto di “startup”?

Negli ultimi 10 anni, nei settori non finanziari, le imprese giovani (fino a 5 anni di vita), pur impiegando soltanto il 20% dell’occupazione complessiva, hanno generato il 50% dei nuovi posti di lavoro (indagine sui 15 Paesi Ocse).

Oltre all’aspetto puramente macro-economico, e il già citato mito delle “Garage Company”, il boom mondiale delle startup è stato favorito dallo sviluppo di internet e dalla democratizzazione dell’accesso al web (sia in termini di costi, sia di strumenti). Tali fattori hanno spinto giovani di tutto il mondo a provare sempre più a ricercare il successo, tramite la libera iniziativa imprenditoriale, soprattutto in quegli ecosistemi maggiormente favorevoli all’innovazione.

In Italia, invece, dove non si è (ancora) sviluppato un ecosistema che favorisca l’innovazione all’altezza dei migliori del mondo, lo sviluppo delle startup innovative è dovuto, oltre che ad un naturale effetto moda, alla rottura del paradigma università-lavoro che impedisce a giovani talenti formati di realizzarsi personalmente e professionalmente. Precarietà per precarietà, molto meglio seguire un sogno attraverso la fondazione di una propria azienda!

Eppure, nonostante il talento e l’entusiasmo di tanti giovani, la percezione che ho avuto da neo imprenditore (e neo start upper), è che molti approccino l’avvio di un’azienda più come un gioco, una moda, che non come una missione di vita. Sia chiaro, è bello vedere ragazzi formati e competenti, che provano a dimostrare il proprio valore e dire la loro per realizzarsi all’interno di un sistema economico che non riesce a canalizzare le loro ambizioin. C’è entusiasmo, competenza, ma spesso mancano vision, leadership e quel pizzico di pragmatismo che differenzia l’imprenditore dal manager.

Per far si che l’Italia ricominci a correre, abbiamo bisogno di aziende, non solo di startup.

Sebbene la burocrazia e le istituzioni camminino come lumache in un mondo dove i competitor (gli altri sistemi Paese) vanno alla velocità della luce, abbiamo un capitale umano creativo, formato ed “affamato” da far invidia a tutto il mondo. Ma come fare in modo che tale capitale umano generi valore in Italia? A mio parere, sono necessari i seguenti requisiti:

  • Avere dei maestri, imprenditori e manager “illuminati”: che possano seguire passo dopo passo e trasferire tutta la loro esperienza, la conoscenza e gli errori commessi ai neo imprenditori;
  • Ossessione per il fatturato: approcciare il mercato il prima possibile consente di recepire i feedback dei clienti e modificare o cambiare modello di business in tempo utile;
  • Consapevolezza della responsabilità sociale: essere imprenditori vuol dire creare valore non solo per se stessi, ma anche e soprattutto per le persone che lavorano nell’azienda e per il Paese, verso cui si è responsabili;
  • Fare “all in”: se si crede veramente in un’idea, bisogna rischiare a tal punto da non poter tornare indietro, perché solo così si potrà dare veramente il massimo.

D’altro canto, per far si che l’Italia ricominci a correre, abbiamo bisogno di più startup in azienda

Spirito di iniziativa, leadership e innovazione sono spesso frenate da aziende troppo gerarchizzate, senza opportuni sistemi incentivanti e con procedure e processi che forzano le persone a rimanere nella “comfort zone” delle attività quotidiane. In questo senso, la struttura snella e la creatività tipica di un’azienda in fase di startup dovrebbe essere mantenuta dalle aziende consolidate. Ciò consentirebbe il permanere o il riappropriarsi di una cultura più propensa all’innovazione. Per raggiungere tale obiettivo bisognerebbe:

  • Far emergere la leadership: identificare talenti aziendali ed affiancarli a manager leader che possano trasferire le loro skills e farli crescere il più rapidamente possibile;
  • Favorire l’imprenditorialità: sviluppare l’imprenditorialità aziendale, favorendo la libera iniziativa e l’assunzione del rischio, incentivandola tramite premi di carriera e di visibilità, eliminando la gerarchia per anzianità e sostituendola con una leadership di competenza,
  • Tornare bambini e divertirsi: creare un ambiente lavorativo sereno, tramite la personalizzazione degli spazi di lavoro, aree e tempi per il gioco ed il relax. Rapporti informali che aumentino la collaborazione e la generazione di idee. La vita è troppo breve per non divertirsi sul lavoro. Se non si ride almeno due volte al giorno, c’è qualcosa che non va. (proprio come fa Pixar, come potete leggere nel nostro e-Book).
  • Accettare l’errore: in una startup gli errori sono all’ordine del giorno e l’entusiasmo del fare le cose ha molto più peso dell’errore commesso, anche perché spesso manca la controprova. Accettare gli errori significa non punire chi ha sbagliato per realizzare qualcosa, magari percorrendo strade inesplorate, ma festeggiarlo come occasione di apprendimento da condividere con tutto il team.

Creare più azienda che startup e più startup in azienda è possibile. Io l’ho imparato sulla mia pelle, grazie ai maestri “illuminati” di Ars et Inventio. Perché se è vero che

Any time is a good time to start a company

Ron Conway, Angel Investor

è soprattutto vero che

The way to get started is to quit talking and begin doing

Walt Disney

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