• 0.000000lag
  • 0.000000lag
  • 0.000000lag
Oggi mi vesto cosi!

Da qualche mese ho scoperto i lavori di ricerca della Professoressa Francesca Gino, nostra connazionale, professore associato di Economia Aziendale presso la Harvard Business School.

Ricerche dedicate alle relazioni tra comportamenti e cultura delle organizzazioni complesse quali sono le aziende e le persone che le frequentano.

Con il sorriso sulle labbra ho letto appassionatamente la sua ricerca nella quale si testimonia come vestirsi in modo “casual”, ovvero informalmente sul posto di lavoro, fa guadagnare il rispetto dei colleghi e non solo.

La Professoressa Gino, ha eseguito una serie di esperimenti e test sull’aspetto non convenzionale, ovvero sul look casual, ora si dice outfit, sul posto di lavoro scoprendo che indossare un abbigliamento informale migliora l’autorevolezza tra i colleghi di lavoro e la propensione a innovazione e creatività delle persone e dell’azienda. Ovviamente questo si verifica in chi accompagna questo comportamento a una reale capacità di leadership e a riconosciute competenze con il risultato di incidere maggiormente nello sviluppo della cultura aziendale per la creatività e l’innovazione.

Felice chi è diverso | essendo egli diverso. | Ma guai a chi è diverso | essendo egli comune. (Sandro Penna da Poesie, Garzanti)

Lo psicologo Rod Judkins afferma che vestirsi in modo differente nel contesto che si frequenta, presuppone la volontà della persona di assumersi un “costo sociale”, ovvero la volontà di non nascondersi nello stereotipo e nello standard ma di affermare valore e distinzione.

Se più persone nella vostra azienda testimoniano questo comportamento sappiate che questo non è un fattore negativo e non cercate di reprimerlo. Esperimento dopo esperimento la ricerca della Professoressa Gino ha dimostrato il contrario. L’accettazione del rischio di essere diverso ha avuto vantaggi. Le persone sono molto più a proprio agio, vestirsi autonomamente sul posto di lavoro testimonia fiducia in se stessi e in quello che si fa, è un affermazione del ‘abbiamo il coraggio di fare quello che stiamo facendo.’

Ovviamente il pensiero corre al CEO di Facebook Mark Zuckerberg, ciabatte e felpa blu anche in tutte le presentazioni per promuovere l’IPO della propria azienda, l’evento più importante nella sua vita professionale. Ricordiamo, Steve Jobs e la sua lunga collezione di dolcevita neri di Issey Miyake , un messaggio al mondo per dire, io non sono come tutti gli altri CEO.

Spesso nei miei speech mi affido a eserciti e strategie militari come origine di molti delle discipline della gestione aziendale. Non poteva essere differente se pensiamo alle divise e ai galloni.

Nella mia vita professionale ho frequentato ed ho anche appartenuto a diversi “plotoni e manipoli” caratterizzati da divise e rigide regole per l’abbigliamento. Nel Finance gessato e grisaglie, nel Banking abiti blu e cravatte regimental, nella consulenza camicie bianche e abiti scuri. Contesti dove sarti e marche d’abbigliamenti testimoniavano la diversa posizione nell’organigramma aziendale. Non sfuggono a questa regola neanche gli ambienti considerati più creativi e non convenzionali dove potete riconoscere le divise anche li, pantaloni stretti, giacche di velluto, occhiali con montature nere, sneakers di marche ben precise.

Durante la mia lezione al Master Design Management ho chiesto all’aula di appassionali di design e di creatività di disegnare l’outfit dell’Innovation Manager. Risultato: nessuno ha indicato come “divisa” una di quelle riconoscibili tra i dirigenti di qualsiasi azienda italiana.

Hanno tutti indicato come l’abito fosse una specie di camicia di forza, un simbolo di omologazione e di oppressione.

Ho poi guardato come loro fossero vestiti e mi è venuta in mente la frase del pittore Lucien Freud:

“Sono diventato un pittore non perché amassi la pittura ma perché non avrei mai potuto affrontare un lavoro tradizionale”. (Lucien Freud)

Quello che indossiamo è il nostro biglietto da visita nei confronti degli altri, è inevitabile, ha il potere di trasformarci e di incidere nella reazione dell’interlocutore. E’ una parte dell’espressione della nostra personalità.

L’adozione aprioristica e l’imposizione di una divisa, in qualunque azienda voi siate, mette nelle condizioni le persone che vi lavorano nel dover nascondere una parte di ciò che ciascuno di loro è e si sente.

Se vi piace il gessato, mettetelo, se vi piace la cravatta regimental, mettetela, se volete mettere le sneakers fosforescenti, mettetele! E se il giorno dopo volete cambiare radicalmente, fatelo!

Non perché dovete ma perché avete voglia di essere cosi in quel giorno e perché avete la piena consapevolezza del “costo sociale” che volete affrontare con le vostre capacità e mezzi, e non solo per quello che volete apparire.

Nel contesto che le aziende stanno affrontando e che sempre più dovranno affrontare occorre uno sviluppo della cultura dell’unicità non solo dell’azienda stessa ma anche delle persone che vi lavorano ed occorre predisporre le stesse persone a rispondere positivamente a questa.

Il modo di vestire è un’espressione dell’unicità di ciascuno di noi.

Il contrario di questo atteggiamento culturale è l’ortodossia ovvero la conformità e il dogma, sicuramente il percorso più semplice, anche quando dovete fare shopping per la vostra vita professionale, ma refrattario al cambiamento ed all’innovazione.

Commenta