• 0.000000lag
  • 0.000000lag
  • 0.000000lag
Da dove viene la Silicon Valley?

Alla fine dell’ultimo mio post su questo blog mi sono congedato parlando di ecosistema di startup e Silicon Valley, ripromettendomi di approfondire il discorso successivamente. È passato qualche tempo, ma la promessa è ancora lì che mi attende: sintetizzare nel poco spazio concesso 100 e più anni di storia di una regione che ha visto la più grande e diffusa creazione di ricchezza (legale) della storia del mondo.

Risultato interessante, per una regione che fino a poco più di 100 anni fa tra le proprie caratteristiche distintive non aveva molto altro che un buon clima, una cultura di frontiera e una certa frequenza di terremoti. Eppure, proprio le prime due di queste caratteristiche sono state fondamentali, insieme ad alcuni altri fattori per lo sviluppo della Silicon Valley. In compenso, i terremoti rimangono solo un fastidioso inconveniente…

Ma proviamo a fare un po’ d’ordine. La Silicon Valley (ufficialmente Santa Clara Valley) è quella porzione di California a sud di San Francisco che si estende da Redwood City a San Jose. Il primo personaggio interessante che si incontra andando indietro nel tempo è un eccentrico costruttore di pianoforti, James Lick, che fece fortuna comprando terre prima e durante il boom della corsa all’oro. A Lick si devono due grandi lasciti per la Valley: il primo è quello di avere portato con sé dal Perù, dove aveva iniziato la propria attività, Domingo Ghirardelli, il “Ferrero” di San Francisco; l’altro è quello di avere donato le proprie ricchezze per la costruzione dell’allora più potente telescopio del mondo, l’osservatorio di Mount Hamilton, eretto nel 1887 poco fuori San Jose (a dire il vero, inizialmente, il progetto originale di Lick prevedeva di fare innalzare, come proprio mausoleo, la più grande piramide sulla terra… in qualche modo la California Academy of Sciences riuscì a fargli cambiare idea. Erano tempi bizzarri, comunque).

Un altro personaggio che contribuì in maniera molto più determinante allo sviluppo della Silicon Valley come la conosciamo oggi fu Leland Stanford. Magnate delle ferrovie, governatore della California e senatore, fu, insieme alla moglie, il munifico fondatore dell’omonima università. L’università di Stanford fu inaugurata nel 1891, quella di Berkeley era già attiva dal 1873. L’obiettivo era quello di creare la Harvard dell’Ovest. In realtà, fin dai primi anni, tra i pochi professori che si avventurarono in quelle zone un po’ provinciali, se paragonate all’Europa e alla costa est degli Stati Uniti, si annoverano due specialisti dell’elettricità e della nascente ingegneria elettrica: Albert Carmen e Fred Perrine che, tra gli altri, contribuirono alla nascita della caratterizzazione ingegneristico/tecnologica di quella zona. Il mondo delle università è uno dei fattori determinanti per lo sviluppo della Silicon Valley, e l’uomo il cui influsso è stato più determinante è senza dubbio Frederick Terman. Ingegnere, professore di ingegneria elettrica e in seguito leader indiscusso dell’ateneo, fin dagli anni ’20 iniziò a dare forma alla sua visione di un’università in grado di fare da vero incubatore di business plan, incoraggiando studenti e professori a lanciarsi in iniziative imprenditoriali e a creare legami e relazioni che permettessero di dare vita a business capaci di cambiare il modo di vivere di milioni di persone nel mondo.

Studenti di Terman furono, tra gli altri, Bill Hewlett e David Packard. I due furono tra i primi a dare il via alla tradizione di fondare un’azienda in un garage e nel 1939 diedero vita ad HP (per decidere il nome di chi dovesse venire prima si narra che tirarono una monetina). Dopo un inizio in sordina, HP crebbe fino a diventare uno dei colossi della Silicon Valley. E in effetti quando si parla delle aziende nate nei dintorni di Palo Alto si pensa spesso alle Startup, ma tutta l’area è alimentata da “motori” ad altissima capacità, in grado di attrarre talenti, pagare lauti stipendi, acquisire aziende di minori dimensioni e i loro uomini chiave (acqui-hiring): HP fu la prima e una di quelle di maggior successo ma molte ne sono seguite fino a Facebook, la più giovane tra i colossi.

Non ha nomi da ricordare, salvo ancora quello di Terman dal lato universitario, ma un fondamentale elemento di crescita della Silicon Valley fu l’investimento pubblico a carattere militare. Fin dalla seconda guerra mondiale, la California fu sede di diverse basi e istituti di ricerca, strumenti come il radar sono figli degli studi fatti nella Bay Area. Con la guerra di Corea e l’inizio della guerra fredda sia la Marina che la CIA finanziarono diversi progetti e Terman fu uno degli organizzatori di laboratori tecnologici universitari che furono tra i massimi beneficiari di finanziamenti militari. Una curiosità più di tipo sociologico: nel 1953 la CIA diede il via e finanziò il progetto MkUltra per studiare gli effetti di sostanze psicotrope ad uso militare. Di lì a pochi anni da quel progetto, Timothy Leary diffuse in tutta l’area di San Francisco l’uso massivo di LSD. E anche questo è Silicon Valley.

Dalla cultura del West, della frontiera e dei cercatori d’oro, la Valley seppe ereditare un modo di guardare al mondo piuttosto disinvolto. La vicinanza di San Francisco, con tutto il suo patrimonio di controcultura beat e hippie e con l’apertura mentale che la caratterizza (è lì che nel 1936 Joe Finocchio aprì il primo gay bar pubblico “Finnocchio’s”), è sempre riuscita a trasmettere ai dintorni un’attitudine piuttosto irriverente e molto creativa. Allo stesso modo, sembra iscritta nel DNA locale la tolleranza per il fallimento. Un venture capitalist con cui ho avuto modo di parlare non molto tempo fa mi disse una cosa molto semplice: “se qualcuno ti viene a dire che non ha mai fallito un deal, ci sono solo due possibilità: o mente o non ha mai fatto un deal” (la traduzione è mia…).

Ed eccoci così ai Venture Capitalist, secondo alcuni i deus ex-machina del successo della Silicon Valley. Per ricostruire l’importanza di queste figure nello sviluppo del mondo che viviamo, da Doriot e J.H. Whitney passando per Bill Draper, Tom Perkins e John Doerr, fino a Andreessen & Horowitz, sarebbe necessaria qualche riga in più di quelle che ho a disposizione. Vale la pena comunque dare un paio di riferimenti importanti. Prima di tutto, nel 1958, il governo americano approva lo Small Business Investment Act che permette la nascita di Small Business Investment Companies, la cui caratteristica era quella di potersi indebitare per 4 dollari ogni 1 investito con un prestito garantito dal governo. Se da un lato i contribuenti ci persero una cosa come 2 billion, dall’altro per molti VC dell’epoca fu l’unico modo per entrare nel business dell’investimento di rischio, che tanto poi sarebbe stato in grado di costruire (e a volte di bruciare) in termini di ritorni finanziari. È solo con i primi anni ’70, e con lo sviluppo delle Limited Partnership, che l’industria finanziaria inizia a diventare la benzina del motore della Silicon Valley, fornendo capitali (ingenti), condividendo il rischio con gli imprenditori e creando connessioni tra idee brillanti e team di persone in grado di realizzarli.

Ci si potrebbe perdere nell’annoverare i successi creati e sostenuti dai partner più importanti delle migliori aziende di VC. Forse, escludendo Craiglist, non c’è azienda di successo di quella parte del mondo che non sia passata attraverso il backing da parte di uno o più fondi. Ci si potrebbe perdere anche cercando di annoverare tutte le altre singolarità della Valley, in quanto ecosistema volto a fornire agli aspiranti imprenditori le maggiori opportunità per avere successo. Ne nomino solo due che storicamente sono stati estremamente rilevanti: studi legali in grado di comprendere la materia tecnologica (decisamente molto alfabetizzati in questo senso) e pronti a scambiare servizi con equity delle società nascenti, e la cultura degli hobbisty, quella dei radioamatori per intenderci, che poi era anche quella di gente come Steve Wozniak, quello che, quando Apple stava ancora nel garage della famiglia Jobs, sapeva come fare per costruire un computer.

Molti nomi e storie andrebbero ancora raccontati, dallo Xerox Park a Fairchild Semiconductors, da Arpanet alla bolla delle Dot Com, da Oracle a Google. Lo spazio è limitato, però, quindi vorrei chiudere con un ultimo dato di importanza fondamentale a mio modo di vedere. La Silicon Valley è stata, e tuttora rimane, un fortissimo polo di attrazione di immigranti. A nessuno interessa da dove vieni, quale sia la tua religione, il tuo accento né, ca va sans dire, il colore della tua pelle. Circa il 35% degli ingegneri della Silicon Valley non sono nati in America. Il 25% delle aziende nate in Silicon Valley hanno almeno un co-fondatore nato al di fuori degli Stati Uniti, sia che si tratti di un asiatico, di un ex cittadino dell’Unione Sovietica, di un sudamericano o di un europeo.

La capacità di attrarre i talenti migliori dal resto del mondo, e il potenziale per offrire loro delle ottime ragioni per restare e dare vita ad aziende in grado di avere impatti enormi sul resto del mondo, sono forse le caratteristiche più importanti che si possono tenere in considerazione quando si riflette su quell’angolo di provincia californiana.

Commenta