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Fotoritocco: innovazione, morale, pixel

Uno dei fenomeni laterali più interessanti dei software è la mutazione “naturale” dei loro bacini di utenza, da piccoli ambiti ristretti (a volte persino militari) ad altri, incredibilmente diversi e più ampi. Basti pensare a Mocha, software per il tracking attualmente utilizzato nel cinema per la creazione di effetti visivi, ma originariamente sviluppato per teleguidare i missili su bersagli in movimento.

Quello di Photoshop è un caso forse più noto. Il celebre software di fotoritocco della Adobe nasce dalla mente dei fratelli Knoll alla fine degli anni Ottanta, e diventa in pochi anni lo standard assoluto grazie alla vasta portata degli strumenti, dalla calibrazione di luci e ombre al fotomontaggio.

Ma mentre Mocha è tuttora conosciuto solo a militari e a chi fa cinema, non è difficile credere che Photoshop sia – subito dopo Word e Internet Explorer – uno tra i software più noti al mondo. Questo nonostante la presenza di software concorrenti più o meno blasonati, da Corel Painter a Autodesk Sketchbook, passando per l’open Gimp.
Mentre cresceva la sua notorietà, il bacino di utenza si allargava dal mondo dei graphic designer a quello degli utenti finali. Da software professionale, grazie all’interfaccia intuitiva e a una certa pirateria che ne ha facilitato la diffusione, è diventato software per il ritocco dell’immaginario collettivo.

Da programma a fenomeno di massa. Perché?

Non tutti i software piratati finiscono sulla bocca della lavandaia, eppure la lavandaia sa additare la foto della star “aggiustata con Photoshop”. L’innovazione insita nella miracolosa metamorfosi “numero-bit-pixel”, ha toccato un luogo dell’immaginario che più delicato non si può: quello della nostra immagine nativa. Solo la precisa chirurgia estetica, o un pessimo scontro a pugni, potevano, finora, cambiarci i connotati. Il viso che ci veniva dato da madre natura era quello, e nessuno lo poteva cambiare. Photoshop trasforma l’unica realtà di cui ci fidiamo, quella dei nostri occhi, e la fa diventare come vogliamo. I software di fotoritocco in generale tirano fuori il piccolo demiurgo che è dentro ognuno di noi, e ci lasciano manipolare, esagerare i nasi, dimagrire i fianchi, orientalizzare gli occhi, moltiplicare sfondi e amici.

L’innovazione in casa Adobe è consistita principalmente in due cose: da un lato l’ampliamento delle capacità di Photoshop, che è nato per il fotoritocco e via via è stato arricchito di strumenti cruciali come la modellazione 3D. Strumenti presi persino da altri software della Adobe stessa, quali Illustrator, (il disegno vettoriale) ed After Effects (il montaggio video). Dall’altro, l’innovazione è consistita nell’aggiungere scorciatoie ad alcune routine di più largo uso, per permettere anche a chi non possiede grandi skill in fotoritocco di fare delicate correzioni, quali ad esempio la rimozione degli “occhi rossi” causati dal flash, per la quale esiste l’apposito strumento apparso per la prima volta nella versione CS2 (2005).

Chi storce il naso verso il photoshoppato, sottintendendo così falsato, artefatto, è in genere lo stesso tipo di persona che prova un certo sospetto generalizzato verso il computer, vera incarnazione diabolica della macchina che cerca di sostituirsi all’uomo.

Ad ogni tendenza ne segue una uguale e opposta, ed ecco fiorire casi di attrici come Keira Knightley, infuriata per il poster di King Arthur in cui le avevano regalato una taglia di seno, o di modelle come Cindy Crawford, recentemente apparsa in una foto che, bufale ed equivoci a parte, la ritrae in tutta la sincerità e la bellezza di una quasi cinquantenne “senza photoshop”.

L’innovazione ci ha permesso di sublimare la fotografia – epifania di noi stessi – fino al fotoritocco, che è manipolazione di noi stessi; il gioco funziona finché sappiamo che stiamo giocando. Le implicazioni morali aumentano nel momento in cui scopriamo che tutta la realtà che abbiamo attorno – foto, film, TV – è artefatta, resa più bella, ripulita da imperfezioni. La domanda è: saremo pronti a rinunciare all’immagine di un mondo così perfetto o, piuttosto, continueremo a photoshoppare questo dolce inganno che chiamiamo realtà?

La nostra morale non sa più gestire l’immagine reale delle cose: le Torri Gemelle colpite e affondate in diretta, non avevano forse un look da film catastrofico che sembrava “già visto” in tutta la sua terribile crudezza? I cheeseburger ritratti in pubblicità sono lontani cugini di quel che ci viene consegnato sul vassoio. Perché dovrebbe essere diverso per attori e modelle? Non c’è innovazione se ad ogni nuova release di software di fotoritocco non segue un adeguato upgrade della morale estetica.

 

In evidenza, la prima foto ritoccata con Photoshop: Jennifer in paradise (1988)

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