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Rosso carminio, rosso vermiglio, rosso innovazione

Rosso carminio, rosso vermiglio, rosso innovazione

Come influisce l’innovazione sulla nostra percezione dei colori?

Come scriber di Ars et Inventio, ho lavorato di recente per un’azienda i cui colori sociali sono il rosso e il blu. Su un pannello grafico per la comunicazione interna erano state usate delle ellissi blu contenenti una scritta bianca con l’iniziale rossa. Con un livello di attenzione normale, ho letto “arketing” anziché “Marketing”. Facendo più attenzione, riuscivo a leggere “Marketing” ma provavo un senso di fastidio.

Come spiega Susan Wenschenk nel suo libro 100 cose che ogni designer deve conoscere sulle persone (Pearson Italia, 2011), siamo di fronte ad un esempio di cromostereopsi, quel fastidioso fenomeno che accade accostando rosso e blu, in quanto colori che giacciono all’opposto dello spettro visibile. Ogni bravo graphic designer sa che accostamenti del genere vanno evitati, sia su carta stampata sia su web. Eppure, al giorno d’oggi, regole come questa sono ancora poco note, nonostante la tecnologia ci fornisca monitor tarati, profili colore dedicati e persino software di validazione cromatica per siti web. Dunque, il rapporto tra innovazione e colore è ancora pieno di (amare) sorprese.

Stereopsi - Colori agli estremi dello spettro

Esempio di stereopsi

Ma cosa è il colore?

Fin dall’antichità, l’uomo se lo è chiesto e l’innovazione ha fatto la sua parte, sia come strumento per scoprire, sia come scoperta in sé. Bisogna distinguere il colore dalla sua percezione: mentre il primo è sempre lo stesso, il secondo varia con le epoche, le culture e la tecnologia.
Dell’antica Roma abbiamo una percezione laterizia e neoclassica, marmorea – più esattamente travertinea. Pensiamo alle tonalità austere di certe scene de Il Gladiatore –  ma è una percezione fuorviante, derivata dai resti archeologici ormai spogli, mentre sappiamo che i romani avevano gusti forti sia cromaticamente (Fori, statue e templi coloratissimi), sia in cucina (nelle ricette più estreme venivano accostati sapori che farebbero rabbrividire un trasteverino di oggi).

Dal romanzo Il senso di Smilla per la neve (Peter Høeg, Mondadori, 1994) abbiamo imparato che gli inuit usano cento nomi diversi per definire il bianco della neve. In molte culture, il colore viola è stato considerato per tanto tempo una gradazione di nero. Il bruno, in Francia, è un colore e in Italia un aggettivo. Quanti tipi di rosso conosciamo per definire una semplice mela?

Aristotele non poteva certo contare su strumenti tecnologici, eppure aveva già capito che gli oggetti sono potenzialmente visibili in virtù del loro colore. Per Leonardo, già più affine all’osservazione scientifica moderna, le ombre non erano grigie o nere ma un colorato chiaroscuro. Inoltre, aveva intuito che l’atmosfera influisce sulla percezione: l’azzurro del cielo non è un colore assoluto, ma è prodotto “… dal vapore caldo che evapora in atomi minuscoli e sensibili.”

Per Goethe, poeta e scienziato, il colore chimico ha a che fare con la natura dell’oggetto, ma il colore fisiologico nasce per contrasto nell’occhio di chi osserva. Se fissiamo il verde per un po’, diceva nel suo saggio Teoria dei colori (1810), guardando altrove vedremo rosso, quindi l’occhio è in grado di creare colori!

Al giorno d’oggi, usiamo la tricromia e la quadricromia per riprodurre i colori rispettivamente su video e su carta. Nel 1925 è nato il sistema RAL per classificare i colori adatti alla verniciatura, negli anni ’50 la classificazione Pantone, nel 1976 il Lab per identificare praticamente ogni colore esistente in base alla luminosità e alla cromaticità.

Ogni sistema ha i suoi limiti (ad esempio, certi colori brillanti a monitor non hanno un equivalente su carta) e spesso la conversione da un sistema ad un altro è molto difficile (non tutti i colori Pantone sono convertibili in quadricromia). Ma nonostante ciò, i sistemi per riprodurre il colore da una parte all’altra del pianeta non mancano. Dunque, perché ancora creiamo ellissi blu con su scritto “arketing”?

Forse perché l’innovazione ha permesso una quasi esatta riproducibilità ma non l’esatta interpretazione dei colori. Quella fa ancora parte del nostro senso principale, la vista, e del suo principale “nemico”, il cervello, che con la sua educazione, la sua nazionalità, le sue convinzioni, il suo rosso mela, impone una personalissima quanto inevitabile visione del mondo.

L’immagine in evidenza è la Ruota cromatica di Goethe (1809). Originale: Freies Deutsches Hochstift – Frankfurter Goethe-Museum, Francoforte

 

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