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Ottosublog intervista Ivan Ortenzi al Social Business Forum

Ottosublog intervista Ivan Ortenzi al Social Business Forum

Il blog dell’agenzia di comunicazione Ottosunove ha pubblicato un’intervista a Ivan Ortenzi in occasione della sua partecipazione al Social Business Forum.

Gero Di Bella, giornalista e Social Media & Content Manager, incuriosito dal provocatorio titolo dell’intervento (Robocop vs IronMan, which side are you?), ha cercato di approfondire i temi della digital enterprise e dei processi di innovazione in azienda.

Per scaricare l’intervista completa in PDF, clicca qui.

Di seguito, alcuni dei passi più significativi.

Adesso siamo in piena era digitale, possiamo quindi considerarci parte di un processo evolutivo che appartiene alla storia dell’uomo o siamo gli attori di una vera rivoluzione?

Tutto quello che stiamo vivendo adesso lo abbiamo già vissuto nel passato, è un’evoluzione tecnologica e del vivere sociale dell’uomo su questa terra. C’è chi dice stiamo vivendo la terza grande onda di evoluzione […] rappresentata dal web, il quale sta cambiando il modo dell’uomo di intendere la socialità stessa. Dal mondo tribale, al mondo sociale dello spostamento fisico, fino allo spostamento virtuale. […] L’età della pietra, l’età del ferro e l’età del bronzo non sono finite perché abbiamo terminato le pietre, il ferro e il bronzo, ma perché siamo andati oltre per bisogno o necessità. Prima c’era chi si sdraiava sui binari delle ferrovie, adesso c’è chi rovescia le auto di Uber. Noi però abbiamo la fortuna di vivere un’evoluzione che ha la portata di una rivoluzione per due fattori: i comportamenti e i modi di pensare. I nostri figli e nipoti non penseranno come pensiamo noi, ed è dovuto a questo nuovo concetto di spazio-tempo che è stato portato dal digitale e da tutto il corredo tecnologico che abbiamo.


Il suo antidoto all’inerzia aziendale nei confronti del digital prevede due diversi approcci: la digital transformation in stile Robocop, “to be digital”, e la digital disruption in stile Iron Man, “being digital”. Qual è la differenza?
La aziende esistenti stanno guardando la tecnologia digitale come una necessità per trasformarsi e digitalizzare il proprio modello di business, un po’ come Robocop, un poliziotto trasformato in un essere bionico. Dall’altra parte la tecnologia digitale ha abilitato dei digital business model, ha dato vita ad aziende che il digitale ce l’hanno dentro, sono come Iron Man. Le prime per esempio sono delle banche o dei retail, le seconde fanno banca o fanno retail, ma non lo sono, tipo PayPal …
Questa è la differenza tra il to be e il being. Le prime sono fortemente legate e chiuse da un modello regolatorio che vincola l’attività, le seconde aggirano le regole e hanno una strategia dirompente. Sicuramente un’azienda Ropocop può lanciare una strategia disruptive, la consapevolezza è che non può farlo internamente al modello di business esistente, perché la filosofia aziendale, la cultura e il contesto non lo permettono. Ci sono però delle strategie che supportano lo sviluppo di attività Iron Man partendo da un grosso commitment aziendale, oppure creandole al di fuori dell’azienda.


Lei è un innovation designer, ma in che modo un processo di design può affrontare le tematiche della creatività, della gestione dell’innovazione in azienda e la creazione di valore? Ci indica i passi fondamentali di questo processo?
Non esiste un processo di innovazione replicabile e applicabile in diverse aziende o in diversi settori. È un perenne lavoro di personalizzazione dei modelli e degli strumenti che si hanno a disposizione, di reiterazione e monitoraggio continui. […] Tutti gli strumenti vanno integrati e personalizzati sulla cultura e il DNA dell’azienda. […]  Non deve mancare però il grado di autonomia e la confidenza di poter sbagliare. Il fallimento è un lato culturale, ma la capacità di analizzare il fallimento è uno strumento di lavoro dell’innovazione. Senza questi ingredienti, qualsiasi processo di innovazione in qualsiasi azienda fallirà.


Parafrasando le sue parole, in Italia l’innovazione non è più un lusso che possiamo permetterci, ma una necessità che dobbiamo attuare sotto qualsiasi forma. Esiste una cura italiana per quelli che lei chiama gli “anticorpi che combattono l’innovazione”?
I sistemi e le tecnologie di Santiago del Cile, di Berlino o Singapore, non sono il copia-incolla dei modelli della Silicon Valley, ogni sistema ha le sue peculiarità e non è replicabile in altri luoghi. L’Italia è un Paese di innovatori e di innovazione, ma non è un Paese per l’innovazione. Supportiamo, anche grazie all’università e alle iniziative private, i primi stadi dei processi di innovazione, ma quello che ci manca è tecnicamente è la way out industriale, la capacità di costruire un sistema che consenta i passi successivi.

 

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