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Non è un paese per startup

Alla fine dello scorso giugno, le startup innovative, quelle inserite nello speciale Registro delle Imprese a loro dedicato, erano 4.248. Un numero certo importante, che fa ben sperare per un rilancio dell’innovazione nel nostro Paese, ma ben poca cosa se paragonato al numero di imprese innovative nate in UK nel solo 2014: 581.000.

Dall’altra parte, invece, i dati relativi a strutture dedicate all’incubazione e all’accelerazione delle imprese innovative mostrano numeri diversi. Secondo il rapporto che gli amici di Italia Startup hanno pubblicato nel corso dello scorso anno, in Italia sono attive oltre 100 strutture e programmi dedicati a questa importantissima fase nella vita di una startup.

In UK lo stesso dato fa fatica ad arrivare a 60. Sono 59, per la precisione, le strutture ed i programmi dedicati a supportare le startup durante le fasi di incubazione ed accelerazione.

Questi dati, che ho trovato riassunti in un articolo pubblicato su Vita, mi hanno fatto riflettere. E mi hanno fatto tornare in mente alcune riflessioni che avevo fatto durante la lettura di un libro estremamente interessante, “La nuova geografia del lavoro”, scritto da Enrico Moretti, un “cervello in fuga”, in relazione ai concetti che portano alla definizione di hub d’innovazione.

E riprendendo le conclusioni a cui Moretti giunge, una domanda sorge spontanea: l’Italia è un paese per startup?

Cerchiamo di capirci. La startup in quanto tale non è destinata a durare in eterno. Schematizzando, sono tre le cose che possono accadere ad una startup:

  • fallire
  • crescere fino a diventare un’altra cosa (scaleup)
  • essere acquistata (exit)

Tralasciando l’opzione 1, che in Italia non gode di buona fama (ma non è così per esempio in USA), dovessi dire quale delle altre due opzioni meglio si adatti al mercato Italia, non sarei così certo di poter giungere ad una conclusione.

A giudicare dai numeri, sembrerebbe infatti che nessuna delle due sia realmente perseguita in Italia.

Dal rapporto SEP Monitor redatto lo scorso luglio, che mette a confronto 5 Paesi della UE – Italia, Francia Spagna, Uk e Germania – risultano i seguenti macro KPI:

  • su un totale di B€28 di finanziamenti raccolti nel periodo 2010-2015 (includendo anche i fondi ottenuti grazie alle IPO), in Italia siamo a M€400, ottenuti da 72 scaleup su un totale di 990 nei 5 Paesi;
  • le exit in Italia sono state 28, su un totale di 350, sempre nel periodo 2010-2015.
  • a queste, che si configurano come M&A, si aggiungono 2 IPO, su un totale di 24 nello stesso periodo.

Dati piuttosto impietosi, che sembrerebbero dare ragione a chi sta interpretando il mondo delle startup come un ulteriore ammortizzatore sociale, se pensiamo che almeno 14 dei 30 incubatori che hanno diritto alle agevolazioni del Decreto 2.0, nascono come iniziative promosse da Università ed Enti Pubblici.

Siamo ad un punto tale che il costo per la creazione di un nuovo posto di lavoro nel mondo startup è assorbito al 68% da capitale pubblico.

I capitali privati, per assurdo, sembrano essere meno interessati a investire in startup nel nostro paese. Il 2014 ha visto una decrescita del 15% negli investimenti di capitale privato in startup hi-tech rispetto a quanto fatto nel 2013.

Ma allora quale può essere una chiave di interpretazione del settore startup in Italia, perché davvero diventi un fattore di accelerazione dell’innovazione e della competitività?

Mi permetto di condividere alcuni miei pensieri (indicazioni?) su questo tema.

  • Abbandonare definitivamente la dimensione locale che ancora una larga parte degli attori dell’ecosistema degli incubatori ed acceleratori mostra di avere, sviluppando una strategia di concentrazione che negli Stati Uniti è alla base degli hub d’innovazione.
  • Capire che la startup, in un mercato frammentato come il nostro, difficilmente potrà scalare, rendendo la exit l’unica vera strategia perseguibile, a differenza degli Stati Uniti, dove gli startupper hanno di fronte le potenzialità di un mercato unico da oltre 300 milioni di potenziali clienti, cosa che rende anche lo scaleup di fatto un’opzione percorribile. Questo naturalmente comporta l’accettazione da parte degli imprenditori startupper del fatto che la cessione della propria azienda sia l’unica opzione percorribile, a meno di non rilocare l’azienda.
  • Ma quest’ultimo punto chiarisce anche quali siano le responsabilità del sistema delle aziende consolidate, le quali devono guardare al mondo delle startup come ad un incredibile asset capace di portare innovazione e competitività all’intero sistema.

Fare sistema vuol dire, infatti, anche utilizzare strumenti come la Corporate Entrepreneurship che guardino all’M&A come ad una concreta strategia attraverso la quale portare in azienda soluzioni e team che consentano all’innovazione non lineare di impattarne le dinamiche di crescita.

Il discorso richiederebbe naturalmente di essere maggiormente approfondito, ragione per la quale sarò lieto di ricevere indicazioni e suggerimenti che siano di stimolo ad un allargamento della discussione.

 

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