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La memoria in cloud

In Johnny Mnemonic, film cyberpunk del 1995 tratto da una raccolta di Gibson, il protagonista Keanu Reeves è un corriere mnemonico, cioè un trafficante di dati che usa il proprio cervello come mezzo per trasportare fisicamente informazioni sensibili che non possono essere trasferite tramite internet.

L’impianto che gli permette di avere questa funzionalità ha però un caro prezzo: per installarlo Johnny ha dovuto rinunciare ai propri ricordi d’infanzia.

Il film è ambientato nel 2021, e presenta una realtà ovviamente molto diversa da quella attuale. Una cosa però si è verificata, dal 95 a oggi: la tecnologia – i motori di ricerca, per essere precisi – ci sta facendo perdere la capacità di ricordare.
I primi studi sul tema risalgono al 2011: alcuni ricercatori del Dipartimento di Psicologia della Columbia University pubblicarono un’analisi, intitolata “Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips” che presentava risultati interessanti.

Il nostro cervello fa affidamento a internet, nello stesso modo in cui lo fa con quello di un parente o un amico secondo il principio (risalente a una trentina di anni fa) di “memoria transattiva“.

Che significa? In breve, se due persone vivono o lavorano a stretto contatto per un certo periodo di tempo sviluppano una conoscenza condivisa: ad esempio, il marito può fare affidamento sulla memoria della moglie per ricordarsi date importanti, e la moglie può affidarsi alla memoria del marito per quanto riguarda i nomi di parenti lontani. Quando uno dei due ha bisogno di un’informazione sa di poterla chiedere all’altro, e in questo modo si evitano informazioni duplicate all’interno della coppia, ottimizzando gli sforzi.
Lo stesso principio, in modo ovviamente unilaterale, si sta verificando tra le persone e i motori di ricerca.

Perché sforzarsi di ricordare qualcosa, quando è possibile chiederlo a Google?

Qualche anno fa ci saremmo impegnati nel ricordare il nome di un’attrice, o il titolo di un vecchio film. Ora è più veloce – e molto meno faticoso – digitare pochi termini in Google e leggere la risposta.

Siamo diventati bravissimi a cercare le informazioni – o meglio, a sapere come e dove cercarle – e deleghiamo sempre più la funzione di “memoria” a strumenti esterni a noi.

A supportare questa trasformazione ci sono, imperanti e ormai ubiqui, gli smartphone. Un esempio facile in cui quasi tutti si ritrovano: la maggior parte delle persone (il 60% degli europei, secondo lo studio “The rise and impact of digital amnesia” di Kaspersky) si ricorda il numero di telefono di casa di quando aveva 10 anni, ma non sa il numero di cellulare del proprio partner o dei propri figli.

È facile capire cosa è cambiato: una volta la tecnologia ci obbligava a rifare ogni volta il numero che volevamo chiamare, ora invece è memorizzato nel contatto, e non lo notiamo più.

E i motori di ricerca? Nell’era pre-internet cercare informazioni costava fatica: occorreva consultare enciclopedie, andare in biblioteca, cercare testi nelle librerie, chiedere agli esperti. Una volta trovata l’informazione, era nostro interesse ricordarla per evitare di dover rifare lo stesso sforzo. Ora invece (finché abbiamo accesso a Internet) facciamo più fatica a ricordare qualcosa che a cercarla, e quindi tendiamo a delegare l’aspetto mnemonico.

Questo succede su molteplici livelli: vi sarà capitato di dovervi recare a un indirizzo per la prima volta, usando un navigatore satellitare. Se cercate di fare la stessa strada in un secondo momento, e senza usare il navigatore, difficilmente ve la ricorderete. Al contrario, se si cerca la strada la prima volta seguendo una cartina o delle indicazioni, senza usare il navigatore, sarà più facile ripercorrerla. Anche in questo caso, infatti, il delegare lo sforzo alla tecnologia ci limita nella capacità di ricordare.

Altro ambito, molto attuale e a me sempre caro: la fotografia. E altro studio sul tema (anzi, due!), stavolta di una psicologa della Fairfield University: fare fotografie limiterebbe la nostra capacità di ricordare i dettagli degli oggetti ritratti. Questo è particolarmente vero per gli aficionados della fotografia “turistica” o da smartphone: chi, in pratica, scatta distrattamente per avere un ricordo dei luoghi visitati. Si presta, insomma, più attenzione nel fare la foto che non al soggetto della fotografia. Il che, a pensarci bene, è un controsenso: fotografiamo per avere ricordi, e lo stesso gesto ci impedisce di averli!

Per fortuna non vale in tutti i casi: se dovete fotografare alcuni particolari, vi dovete concentrare su di essi e li ricorderete meglio.

Io, di solito, ricordo molto bene quello che fotografo, perché passo molto tempo, dopo lo scatto, sullo sviluppo delle foto. Nonostante ciò, quest’estate ho ammirato una signora americana (nella foto in apertura all’articolo) che stava disegnando un tempio del Grande Palazzo Reale a Bangkok: abbiamo parlato proprio del fatto che la sua attenzione ai particolari era necessariamente superiore a quella di chi – anche non distrattamente – scatta una semplice foto che richiede pochi secondi, al contrario di un disegno così dettagliato.

Le innovazioni tecnologiche ci stanno quindi impigrendo anche a livello intellettivo, e non solo fisico?

Se prendiamo in considerazione gli ultimi ottanta anni, sembrerebbe di no: dal 1930 in poi il quoziente intellettivo medio della popolazione è globalmente aumentato. Si chiama effetto Flynn dal nome dello scopritore, che cerca anche di dare delle spiegazioni al fenomeno. Ma mai come negli ultimi 3-4 anni ci siamo trovati così a contatto con tecnologie tanto potenti e pervasive.
Il dibattito è aperto, e c’è chi dice che il tempo e le energie risparmiate dal nostro cervello possono essere impiegate in altro modo, ma esiste un caveat non da poco: il non essere padroni delle informazioni porta a confondere l’accesso all’informazione con la personale comprensione dell’informazione, e a sopravvalutare le proprie capacità e conoscenze.

Questo si traduce nel breve in scivoloni come credere alle bufale che girano su Facebook e su altri social network, ma sono ancora sconosciuti gli effetti sul lungo periodo.

In modo serio e simpatico, Umberto Eco un paio di anni fa ha pubblicato una “lettera al nipote“, in cui lo esorta a imparare a memorizzare di tutto, dalle poesie agli eventi storici alle formazioni di calcio. In un’epoca in cui gli avvenimenti velocemente accadono e altrettanto velocemente spariscono sui “black mirror”, i display dei nostri dispositivi, i cipressi alti e schietti potrebbero darci una mano a non dimenticare chi siamo.

 

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