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Digital wallet: intervista a Ivan Ortenzi

Il sito specializzato di marketing farmaceutico PharmaRetail ha pubblicato un’intervista di Attilia Burke a Ivan Ortenzi, in qualità di coordinatore scientifico e docente del modulo “Change and Innovation” nell’ambito dell’Executive MBA ALTIS-Sole 24 Ore. Il tema dell’intervento è il digital wallet e come questo possa cambiare modalità e abitudini di acquisto, non solo online ma in qualunque punto vendita, portando risparmi ed efficienza.

Di seguito, si riportano i passi più rilevanti.

Il digital wallet è una combinazione di tre elementi: una struttura tecnologica che abilita il pagamento, un’applicazione e un device. L’infrastruttura me la può fornire, per esempio, una società telefonica, il software può essere ideato da chiunque: i classici tre ragazzi che sviluppano un’applicazione, il device per ora è il telefono ma domani potrebbe essere un braccialetto, un paio di occhiali e così via. (…) Attualmente i grandi colossi come Apple con Apple Pay, Google con Google Wallet, Samsung con Samsung Pay o Paypal stanno mettendo in campo strategie per concentrare tutti i tre elementi

I costi dell’infrastruttura per questi player sono irrisori perché lavorano su numeri molto grandi, (…) ma non solo, non bisogna infatti dimenticare che la gestione del contante costa

In Italia i tassi di utilizzo dei mezzi di pagamento stile digital wallet on line sono in crescita; la stima è che dal comportamento on line si passi sempre di più al fisico perché l’esperienza in termini di consumer experience è sempre più positiva e se viviamo un’esperienza positiva on line vogliamo viverla anche dal vivo.

(Le banche, n.d.r.) stanno perdendo pezzi di modello di business e mentre perdono tempo a discutere (sui protocolli per i pagamenti digitali, n.d.r.), altri player implementano sistemi di digital wallet che viaggiano al di sopra delle dinamiche del sistema bancario e che ormai si sono affermati come protocolli nati lavorando sull’esperienza degli utenti, esperienza come quella che il cliente ha con Amazon.

(La privacy, n.d.r.) è un finto problema perché in questo momento storico la crisi di fiducia nelle banche è latente, coloro che utilizzano player come Google, Amazon e Apple vi affidano la loro vita in termini di informazioni. È un do ut des: io sono disponibile a fornirti tutte le informazioni che vuoi se tu sei in grado di restituirmi un servizio che io apprezzo; fin quando sono contento del servizio che ricevo a fronte delle informazioni che concedo, il bilanciamento è positivo, d’altra parte è più facile che investa di più in sicurezza dei dati Google o una banca?

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