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In pochi anni le intelligenze artificiali saranno migliori delle nostre

In pochi anni le intelligenze artificiali saranno migliori delle nostre

Fino a qualche tempo fa parlare di intelligenze artificiali richiamava, principalmente, due concetti: entità avanzatissime nei libri e film di fantascienza, e qualche remoto (temporalmente) sviluppo dell’informatica. Oggi, a metà 2016, è ancora così?

Lo scorso 27 aprile, durante la presentazione dei risultati finanziari del primo trimestre dell’anno, Mark Zuckerberg ha dichiarato che il loro focus principale sul tema dell’Intelligenza Artificiale è di costruire servizi che abbiano una percezione migliore di quella degli esseri umani, e che nel giro di una decina d’anni ciò diventerà realtà. Il tema non è stato scelto a caso: di recente Messenger (il servizio di messaggistica di Facebook, che conta 900 milioni di utenti attivi) è diventato una piattaforma in cui possono essere implementati i chabot, degli assistenti virtuali in grado di rispondere alle domande usando il linguaggio naturale. Uno dei primi bot a entrare in funzione su Messenger è stato quello di KLM, a cui è possibile chiedere la conferma del volo, il promemoria per il check-in, la carta d’imbarco, e altre informazioni come se si stesse chattando con un contatto.

Secondo Zuckerberg la direzione è già tracciata: scarichiamo – e scaricheremo – sempre meno app, mentre utilizziamo sempre di più le chat per comunicare con gli altri. Il modo di utilizzare gli smartphone, in pratica, è già cambiato. Facebook non è stato pioniere nel campo: altri sistemi di messaggistica, come Telegram, Slack e Line già consentivano di creare e utilizzare bot, e di recente si è aggiunto anche Skype. Le possibilità offerte sono molteplici: dalle previsioni del tempo alla ricerca di immagini e musica, alla descrizione delle immagini inviate al bot, o il riassunto del contenuto di pagine web condivise nella chat.

Il limite per ora è dato dalla fantasia degli sviluppatori E dalla tecnologia a nostra disposizione: le intelligenze artificiali sono molto più avanzate di quanto non lo fossero qualche anno fa – pensate a Watson, a Siri e a Cortana, per esempio – ma i passi da fare sono ancora molti.

Un recente “flop” che ha fatto scalpore è stato quello di Tay, un bot creato da Microsoft e fatto interagire con i millenial su Twitter. Avrebbe dovuto rispondere agli utenti nella fascia 18-24 anni, con cognizione di causa e a tono. Qualcosa però è andato storto: a causa della sua programmazione non aveva modo di verificare le informazioni a lui sconosciute che riceveva dai diversi tweet, prendendone per buoni i contenuti. Attivato il 23 marzo, pare sia stato preso di mira da un gruppo di utenti con messaggi dai contenuti specifici, e dopo solo 16 ore è stato spento a causa dei tweet razzisti, sessisti e offensivi che aveva iniziato a generare. Moonshot o specchio di una realtà poco educata? I sistemi per arginare problemi di questo tipo esistono, e il rischio di creare tante piccoli maleducati virtuali fortunatamente è sotto controllo.

Oggi l’apprendimento delle macchine è guidato dagli esseri umani: se vogliamo insegnare qualcosa a una rete neurale è necessario fornire degli esempi precisi. In futuro le intelligenze artificiali saranno in grado di apprendere da sole, e potranno accedere alla conoscenza condivisa su internet.

Riguardo al lungo periodo, e allo sviluppo di vere e proprie intelligenze artificiali, c’è già chi ha espresso preoccupazione, come Stephen Hawking: insieme a Elon Musk e a numerosi esperti di AI, ha firmato una lettera aperta in cui si evidenziano i grandi potenziali benefici, ma in cui vengono sottolineati i rischi che l’Umanità corre sviluppando un’intelligenza superiore alla nostra che potrebbe non essere controllabile.

Chiaramente l’interesse del mercato è altissimo e i ricercatori top nel campo sono estremamente richiesti: due anni fa venivano pagati quanto un quarterback dell’NFL, ora il prezzo è in alcuni casi salito con un moltiplicatore 2, o addirittura 3. In un mondo in cui le aziende della Silicon Valley fanno a gara per aggiudicarsi i talenti migliori e competere per sviluppare la migliore AI proprietaria, si è fatta notare la notizia della nascita di OpenAI, organizzazione no profit fondata da Elon Musk nel dicembre 2015.

Con 1 miliardo di dollari di fondi si pone l’obiettivo di promuovere e sviluppare intelligenze artificiali open source amichevoli, e il 27 aprile ha rilasciato un primo toolkit di sviluppo basato sull’apprendimento per rinforzo, una tecnica che ha consentito ad AlphaGo di Google di battere il campione mondiale di Go, antico gioco cinese più complesso degli scacchi. Impresa ben più ardua di quella conseguita da Deep Blue nel 1996.

Perché rilasciare un tool del genere? OpenAI non è l’unico esempio, anche Microsoft, Facebook, Yahoo e Google hanno pubblicato strumenti simili. Secondo Nick Bostrom, un filosofo di Oxford, “se hai un pulsante che potrebbe fare del male al mondo, non lo dai a chiunque”. Elon Musk e Sam Alman la pensano diversamente e ritengono che un sistema del genere riduca la possibilità di monopolio, e che sia più probabile che molte AI “positive” possano bloccare le occasionali AI “negative”.

Riflessioni di questo tipo sono doverose, visti i potenziali sviluppi che le intelligenze artificiali avranno in futuro, e solo il tempo ci dirà chi ha ragione. E se non sono molti 10 anni previsti da Zuckerberg per avere AI migliori di noi in alcuni campi, nel frattempo le applicazioni reali già portano numerosi benefici: Inbox di Google suggerisce automaticamente tre risposte possibili alle mail, analizzandone il contenuto, gli allenatori di football utilizzano sistemi di AI con i loro smartphone, e Facebook ha introdotto di recente un sistema automatico di descrizione delle foto che permette a persone non vedenti di capire cosa stanno condividendo gli amici.

Non cambia solo il modo in cui utilizziamo gli smartphone: in breve tempo cambierà il modo in cui utilizziamo la tecnologia e interagiamo con aziende e servizi.

 

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