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Jeans e lens flare: uso creativo del difetto

Jeans e lens flare: uso creativo del difetto

Come trasformare un difetto in un plugin commerciale.

Spesso l’arte cita sé stessa reinventando stili del passato. Nell’arredamento come nella moda, nella pittura come nella musica, assistiamo a citazioni di ogni tipo, da quella appena percepibile al falso conclamato. Da un po’ di tempo, però, c’è uno stile piuttosto trasversale che sembra ricercare più l’effetto del passaggio del tempo che non uno stile del passato. Si cerca cioè il difetto che rende tutto più credibile, più esperenziale, più umano.

Primo esempio borderline. Già da decenni nelle boutique è facile trovare blue jeans nuovi che sembrano essere stati usati per un bel po’ da qualcun altro. Il riferimento culturale è ovvio: i pantaloni in denim resi famosi da John Wayne hanno rappresentato negli anni Sessanta e Settanta valori di libertà e controcultura, e i tipici difetti da uso – scoloritura, strappi – erano testimonianza di un’esperienza irripetibile e continuata all’insegna dell’avventura. Dai successivi anni Ottanta contraddistinti dall’amore per l’effimero e per il “tutto e subito”, Levi’s e gli altri hanno offerto blue jeans già segnati dall’esperienza, già vissuti, presumibilmente immaginando che il cowboy urbano, con tutto quel che aveva da fare, non avesse tempo per difettarli da sé.

Levi's 501 trattati

Levi’s 501 trattati
Fonte:Modalizer

Secondo esempio borderline. Lo stile Shabby chic ha riempito le case di mezzo mondo di mobili antichi o presunti tali: a partire da pochi, ricercatissimi pezzi originali – cioè mobilacci vecchi per davvero –  interior designer e mobilifici hanno promosso un trattamento che non è antico, ma anticato, dove le crepe producono puro godimento e la naturale desfoliazione delle vernici ispira memorie d’infanzia da cottage dei nonni al mare. Dunque, il difetto creato dal tempo e dall’uso diventa motivo di orgoglio estetico e operazione di memoria nostalgica, a dispetto di falegnami che in ogni epoca hanno cercato di costruire il mobile indistruttibile o di restaurare per eliminare le tracce del tempo.

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Stile Shabby chic

Persino l’industria fotografica che, innovando di anno in anno, è riuscita a creare pigmenti che resistono al tempo, ha dovuto arrendersi al dilagare delle App che donano uno stile vintage alle foto (per non citare tutti quei fotografi che conoscono abbastanza Photoshop da saperlo fare senza l’aiuto di queste app). Anche qui il difetto creato dal tempo diventa qualità estetica. Ogni selfie diventa polaroid, quindi rientriamo nell’ordine dell’operazione nostalgia.

Come usare Photoshop per dare un effetto vintage alle foto  Fonte: Angie Muldowney, fotografa

Come usare Photoshop per dare un effetto vintage alle foto
Fonte: Angie Muldowney, fotografa

Si può dunque dire che esiste un uso creativo del difetto, che si contrappone alla ricerca di tutto ciò che doveva rendere gli oggetti inattaccabili dal tempo.

Alcuni difetti non sono frutto del tempo, ma dell’essenza della tecnologia usata. Quando l’innovazione ha ridotto i difetti, la stessa tecnologia ha creato gli strumenti per simulare artificialmente questi difetti.

Il cinema è pieno di esempi. Il motion blur è quel fenomeno visivo in cui vediamo oggetti sfocati per via del loro movimento. Questa sfocatura è frutto della velocità del movimento e dell’esposizione della pellicola: un’auto che corre davanti alla cinepresa che sta girando a esposizione normale, produrrà fotogrammi in cui l’auto è un’orribile massa indistinta di colore. Del resto, all’occhio risulterebbe ben strano vedere un’auto che schizza veloce ma che è al tempo stesso ben definita e a fuoco (basta pensare a quanto sembrino patinate e perfettine le moderne partite di calcio, il cui alto – a volte altissimo – framerate le fa sembrare un videogioco.)

Dunque, il motion blur è diventato un fenomeno naturale, a cui i nostri occhi si sono abituati rapidamente. Questo è il motivo per cui i creatori di cartoni animati hanno imparato a creare artificialmente il motion blur, disegnando topolini e paperini in gran movimento già sfocati e deformati. Non solo: i software che si usano per creare effetti visivi (sia di motion graphic come After Effects, sia di compositing come Nuke, sia di modellazione 3D come Maya) hanno tutti il pulsantino che crea il motion blur sugli oggetti creati ed animati virtualmente.

Il motion blur e i Cartoon

Il motion blur e i Cartoon

Un altro esempio di uso creativo del difetto è il lens flare. I flare nascono quando la luce entra in un obiettivo, e rimbalzando attraverso le sue componenti ottiche, finisce per creare quei tipici fenomeni luminosi indesiderati che vediamo nell’immagine di seguito.

Lens flare in fotografia

Lens flare in fotografia

Per girare le suggestive scene di Quarto Potere (1941), Orson Welles ricorse al grande direttore della fotografia Gregg Toland, il quale sapeva che per ottenere la profondità di campo necessaria, avrebbe dovuto usare luci intense. Il timore che queste luci avrebbero creato molti flare – inaccettabili difetti visivi – spinse Toland ad applicare un innovativo rivestimento anti riflesso ai suoi obiettivi. Le sue scelte portarono a livelli qualitativi mai visti prima: ne uscirono immagini nitide e a prova di flare, che contribuirono alla creazione del capolavoro di Welles. Mai, però, avrebbe immaginato che nemmeno trent’anni dopo, una generazione di registi all’avanguardia si sarebbe messa alla ricerca di una maggior autenticità proprio attraverso il recupero dei lens flare.

Un Direttore della Fotografia da Oscar come Conrad Hall, sosteneva che per ottenere un buon film, occorreva trasmettere l’idea che non fosse stato girato “dentro una scatola”, cioè su un set guidato da scienza e chimica, ma dal vero, come un documentario. Film come Nick mano fredda e Il Laureato (1967) sfoggiano scene con personaggi in controluce e abbondanti flare naturali.

Nick mano fredda (1967)

Nick mano fredda (1967)

Oggi il lens flare è arrivato al paradosso: siccome è un difetto visivo che secondo convenzione  garantisce naturalezza, viene usato a piene mani proprio nel genere cinematografico che più teme di non essere naturale, e cioè la fantascienza. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ai due Star Trek (2009 e 2013), l’uso abbondante dell’effetto artificiale “lens flare” viene ricercato come prova della verità. Mentre alcuni registi arrivano a rimuovere il coat antiriflesso dalle lenti, il Chief Creative Officer di Industrial Light & Magic John Knoll (per intenderci, la stessa gente che ha creato i visual effects di tutti gli Star Wars dal ’77 a oggi) ha prodotto per Red Giant un’intera suite di plugin commerciali che simulano lens flare di tutti i colori, forme, e dimensioni.

I difetti sono diventati plugin, e il lens flare è persino diventato una firma per registi quali J.J. Abrams (Super 8, Star Trek, Star Wars: The Force Awakens) che ha recentemente chiesto venia online per averne abusato nelle sue pellicole.

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Star Trek (2009)

Star Trek (2009)

Super 8 (2011)

Super 8 (2011)

Anche il camera shake, quel modo di trattare male la cinepresa per dare senso di drammaticità e di avventura, è nato imitando la frenetica realtà dei reporter nelle zone di guerra; ma dubito che quei reporter avrebbero immaginato che un giorno le loro immagini mosse e instabili sarebbero state emulate al computer per dare drammaticità a film girati con camera fissa.

Uso creativo degli errori, rivalutare l’importanza del difetto nel fare storytelling… Ancora una volta viene da pensare che il cinema, per tradizione la Settima Arte, sia in verità la Prima in quanto a buoni rapporti con l’innovazione.

 

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