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Granella o stracciatella? Quando innovare fa rima con frugale

Granella o stracciatella? Quando innovare fa rima con frugale

“Granell, stracciatell. Two gusti is meglio che one”. Estate 1995. Spiaggia romagnola. E un Accorsi d’annata alla conquista di due avvenenti giovani vacanziere. Granella e stracciatella. Il pretesto è un gelato di cui si esaltano qualità e abbondanza. Con la crisi di inizio terzo millennio ancora lontana, il mantra del due-meglio-che-uno nutriva i ruggenti anni ’90.

Anni ’90, appunto. Così ruggenti. Così lontani.

Perché la chiamata alla sostenibilità e a quell’equilibrismo sempre più stringente tra soddisfazione delle esigenze presenti e possibilità delle future generazioni di provvedere alle proprie ha messo in crisi, e poi stravolto, il concetto di abbondanza come unica via al progresso. La sfida a ridisegnare il processo di innovazione 4A – appropriato, adattabile, abbordabile, accessibile – è in cammino da qualche anno e la “Frugal Innovation” ne è una significativa declinazione.

Ma andiamo alle origini. Cosa vuol dire frugale?

Da frux, “frutto”, si definisce “frugale” colui che si ciba dei frutti della terra che lui stesso coltiva. “Sobrietà – si legge nei dizionari – contenuta da quel che si produce che sia bastevole alla vita” , lontano da quell’eccesso che a tendere produce scarsità. “Sia frugal del ricco il pasto”, scriveva Manzoni alcuni secoli prima che il filone del less is more diventasse con Van der Rohe fondamento di un nuovo modo di fare architettura e poi design per cui a sfarzo e complessità di risultato non corrisponde necessariamente qualcosa di buono.

Perché “poco” non è “più semplice”.

E c’è bisogno di grande competenza nell’individuare il superfluo, sovvertendo l’imprescindibile scarsità in una condizione di efficienza economica di lungo periodo.  Soprattutto nei BOP (Bottom of Pyramid) Markets fatti di quattro miliardi di persone la cui sussistenza è ancora oggi legata a meno di cinque dollari al giorno. Il modello di innovazione frugale si propone di contribuire ad accelerare quel capovolgimento che le economie mondiali subiranno in meno di trent’anni. Non fa sensazione il sorpasso della Cina sugli USA nella corsa per la prima economia mondiale previsto nei prossimi anni, come il fatto che le economie tradizionali più pesanti perderanno terreno nel ranking del prodotto interno lordo rispetto a quelle emergenti più snelle. Tutte le grandi trasformazioni richiedono però una buona cassetta degli attrezzi.

A cominciare dagli strumenti di base.

E così, il Frugal Innovation Lab del Santa Clara University ha elaborato i dieci comandamenti essenziali alla realizzazione di un modello di sviluppo frugale inteso come maggiormente inclusivo e focalizzato sullo sviluppo autoctono di persone e imprenditorialità dei Paesi emergenti da cui quelli tradizionali possano comunque trarre beneficio tramite prodotti e servizi già collaudati dagli emerging e più economici (Frugal Innovation. Core competencies to address global sustainability).

Primo, irrobustire. Secondo, semplificare (“ruggedization”, “lightweight”). Ovvero resistere agli urti di tempo, uso e trasporto. Ne è un esempio il dispositivo portatile per elettrocardiogramma elaborato da GE che abbattendo di circa 40% il costo rispetto alla macchina iniziale ha permesso di raggiungere mercati – e pazienti – inizialmente irraggiungibili per la corporate con benefiche ricadute in termini di revenue e CSR.

Terzo, collegare. Quarto, umanizzare (“mobile enabled solutions”, “human centric design”). Ovvero connettere sempre e ovunque, non dimenticando l’esperienza d’uso e i diversi livelli di accessibilità alla tecnologia del consumatore. È l’esempio di Tata Chemical e del suo depuratore d’acqua low cost che senza elettricità e manutenzione permette agli abitanti dei villaggi indiani di bere acqua potabile altrimenti non disponibile: solo nel primo anno di lancio del prodotto, quasi 500.000 pezzi venduti e la prospettiva dell’azienda di raggiungere altri mercati in Africa, sud est asiatico e America Latina.

Quinto, semplificare. Sesto, innovare i modelli distributivi (“simplification”, “new distribution models”). Ovvero sviluppare canali e accessi non convenzionali. Come nel caso di Solar Sister’s Avon Style, innovativo metodo di diffusione di energia solare che promette di rivoluzionare il modello di distribuzione energetica in Africa, attivando contemporaneamente la leva dell’empowerment delle comunità rurali e delle donne. Attraverso una rete di microfinanziamento, queste ultime hanno infatti la possibilità di avviare il loro business ricevendo un training dedicato alla tecnologia solare che potranno vendere nelle loro comunità rurali.

Settimo, adattare. Ottavo, utilizzare le risorse locali (“adaptation”, “use of local resources”). Ovvero fare leva su prodotti e servizi esistenti limitando le importazioni.  Ne è un esempio la Husk Power System che ha sviluppato un processo per generare elettricità dai rifiuti da produzione di crusca. In una sola regione dell’India, ad esempio, ogni anno sono prodotti in media rifiuti per 4 miliardi di pound, tali da permettere all’impresa di sviluppare 75 impianti e raggiungere 150 villaggi e 150.000 persone.

Nono, pensare e agire verde. Decimo, essere accessibile (“green technologies”, “affordability”). Ovvero ricorrere alle nuove tecnologie a basso impatto e costo. Il caso Jaipur Foot – aziendal leader mondiale nella produzione e distribuzione di protesi di gomma per gambe – è l’applicazione più completa del concetto di affordability e replicabilità nei Paesi occidentali (oggi il prodotto è infatti distribuito anche in Europa e US come alternativa alle tradizionali protesi). Non solo più economicamente accessibile ma anche studiata sulla popolazione locale. La protesi è stata infatti sviluppata per essere immersa nell’acqua per la grande diffusione di forza lavoro impiegata nei campi di riso e prevede tempi di riabilitazione inferiori rispetto a quella tradizionale.

Se l’essenziale è stato finora invisibile agli occhi, il passaggio da “abbondante” a “sostenibile” gli imporrà di venire allo scoperto. E forse glielo ha già imposto. Senza nemmeno lasciarci il tempo di scegliere tra granella e stracciatella.

Un commento

  1. Il concetto di frugalità, condensato nei dieci punti dell’articolo, mi richiama la visione di John Stuart Mill (1806-73) e suo “stato stazionario”
    Mill guardava con compiacimento a tale condizione di felice equilibrio in cui viene a cessare la lotta della concorrenza e la ricchezza è più equamente distribuita, in virtù delle leggi, della frugalità e saggezza degli individui. All’epoca, la teoria malthusiana aveva spinto molti economisti a sviluppare studi per tendere a limitare l’aumento vertiginoso della popolazione.
    In definitiva, il suo “stato stazionario” prevedeva un tipo di economia circolare, a crescita zero e senza importazioni: si sarebbe prodotto solo il necessario per un tipo di vita basato sulla frugalità e capace di eliminare la concorrenza e quindi le tensioni che impediscono di vivere in pace e felici.
    Mill vedeva nell’adozione di nuove tecnologie il possibile antidoto all’aumento della popolazione, ma i suoi esempi riguardavano la produzione agricola che, per quanto possa progredire il livello di conoscenza e adozione di nuove tecniche e metodi, aumentando il lavoro, il prodotto non aumenta nella stessa proporzione.
    Certamente, il salto tecnologico, con le nanotecnologie, industria 4.0 ,robotizzazione e globalizzazione da una parte, e migrazione, miseria, disoccupazione, natalità diminuita nei paesi più progrediti, inquinamento, etc., imporranno drastici cambiamenti, tali da modificare ritmi e stili di vita.
    Personalmente e da molti anni, stabiliti i livelli della spesa pubblica e tassazione, sempre crescenti, aumento della popolazione, con la necessità di aumento della produzione e di assicurare lavoro e reddito, almeno di sopravvivenza per tutti, vedo come unico elemento comprimibile l’orario di lavoro, da ripartire in vari turni, con una diminuzione di costi, anche per un maggiore uso ed accelerato ammortamento di macchinari,- sempre più complicati e soggetti al continuo rischio dell’obsolescenza -, che richiederanno continui studi e formazione.
    Dovremo senz’altro guardare alle innovazioni future, senza rivolgerci alle esperienze passate perché non più istruttive e ripetitive.

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