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Resistere agli urti della vita? Il fisico bestiale non basta più

Resistere agli urti della vita? Il fisico bestiale non basta più

Il coaching per allenarsi alla resilienza

(Pubblicato sulla Newsletter LUISS Alumni n. 7 – ottobre 2016)

In meccanica indica l’attitudine di un materiale a riprendere la sua forma iniziale in conseguenza di un urto. E’ la quantità di energia cinetica che un corpo trasformato in provetta è in grado di assorbire. È essenziale per capire a quale utilizzo destinare un materiale. Attitudine. Energia. Utilizzo. Non solo questione di ingegneria.

Resilire, ovvero “saltare”, “rimbalzare”.  Ma anche contrarsi.

“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. Per quanto controversa sia la paternità della frase, il suo monito è oggi quanto mai comprensibile. E imprescindibile. In un tempo di cambiamenti in cui non è più dato metabolizzare, la resilienza come capacità di adattarsi a nuove condizioni  deve trovare largo spazio nella nostra cassetta degli attrezzi. Si tratta, in sintesi, di un’abilità che si sviluppa nel tempo e con l’esperienza e che permette flessibilità e capacità di adattamento a situazioni inattese, a loro volta strettamente connesse con l’autoefficacia del singolo che si trovi lungo il viaggio a dover ricalcolare il proprio percorso. A fare la differenza infatti secondo la PNL “non è ciò che accade ma è come si reagisce”.

Un po’ cocchieri. Un po’ allenatori.

Nell’Inghilterra del 1500 era il cocchio, la carrozza utilizzata per il trasporto delle persone da una parte all’altra della città. Nel tempo il termine “coach” si avvicina a quello di “allenatore”, soprattutto dopo la pubblicazione dell’ Inner game of tennis a cura di un professore di Harvard, nonché giocatore e istruttore di tennis, Tim Gallwey. “L’avversario che si nasconde nella nostra mente – scrive Gallwey – è molto più forte di quello che abbiamo dall’altra parte della rete”. Solo riconoscendo e minimizzando le interferenze interne e rafforzando la propria autoefficacia l’atleta può esprimere una performance ottimale. Ecco, quindi, rivelarsi la doppia anima del coaching, un mezzo per andare verso una condizione desiderata partendo da quella attuale, attraverso un percorso ginnico di mente e volontà. Che allena alla crescita, come suggerisce Whitmore nel suo modello GROW – Goal, Reality, Options, Will – utile per fissare gli obiettivi e valutare risorse, tempi necessari nonché piani alternativi per raggiungerli.

Quello che serve per resistere agli urti della vita

La buona notizia è che non ci vuole un fisico bestiale. Ma allenamento costante, buone connessioni e chiarezza negli obiettivi. Perché il cambiamento è parte dell’esistenza umana e se è vero che non si può impedire agli eventi stressanti di accadere, si può certamente adottare una prospettiva diversa, ottimistica e più funzionale al raggiungimento delle proprie mete. Attraverso un percorso in avanti fatto di piccoli passi quotidiani, queste diventeranno sempre meno insormontabili e più realistiche. A patto di seguire un’alimentazione corretta. Nutrire costantemente l’autostima, la relazione con familiari e amici e prendersi cura di se stessi sono condizioni imprescindibili per il buon esito del workout. Approfondendo il tema della resilienza e gli studi in particolare del mondo anglosassone, appare chiara una correlazione con l’ottimismo. Le persone ottimiste riescono infatti a fronteggiare le avversità evitando di isolarsi dal contesto sociale. Dalle figure più junior al top management di un’organizzazione, il ruolo del coach sarà quindi quello di prendere per mano, osservare, supportare il coachee nel definire un piano di azione ed accompagnarlo nella ricerca della strada, fatta di obiettivi, attivazione di risorse, identificazione di tempi e modalità che il coachee deciderà di mettere in campo per aumentare il grado di resilienza e di positività. Tappa dopo tappa. Perché in ogni viaggio di scoperta il percorso è più importante della meta.

 

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