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Hal Lasko, il pixel painter

Come un vecchio software di disegno può “ridare la vista” a un vecchio pittore

In un mio articolo di un anno fa raccontavo la storia di Michael Grills, giovane illustratore canadese che aveva trovato un modo sorprendente – per non dire innovativo – di continuare a fare il suo mestiere nonostante l’artrite lo avesse prematuramente colpito alla mano.

La storia di Grills commuoveva per la drammatica entità dell’handicap ma anche per via dell’età. La parola artrite è difficile immaginarla tra i malanni di cui possa soffrire un giovane uomo. Michael è in quell’età di mezzo in cui si è ancora “ragazzi dentro” ma fisicamente si provano i primi acciacchi. Si va in giro in pantaloni corti Cargo e magliette della Commodore ma poi arriva lo stiramento giocando a calcetto oppure uscendo in kite facciamo conoscenza con il famigerato disco L5-S1. Ma non ci si aspetta certo l’artrite, e meno che mai di procurarsela disegnando.

Michael Grills, illustratore

Michael Grills, illustratore

Il signor Hal Lasko, casomai, era proprio nell’età dell’artrite e di altre antipatiche limitazioni. Un pianista, un violinista o un sarto novantenne che va a farsi curare le mani dallo specialista deve ahimè essere pronto allo sguardo ironico, al congedo frettoloso. All’alzata di spalle. Alla pomata generica.

Il signor Lasko non soffriva di artrite – o forse sì, ma non era quello il problema. Il signor Lasko, americano di Toledo, Ohio, classe 1915, a 85 anni soffriva di degenerazione maculare umida, o AMD, una patologia dell’occhio che progressivamente peggiora la visione centrale.

Per uno che ha passato la vita a fare il graphic designer, non è una bella cosa.

Hal Lasko, pixel painter, nel 2013

Hal Lasko, pixel painter, nel 2013

Hal, o Grandpa come lo chiamavano tutti, per molti anni ha disegnato a mano cartografie militari. Poi ha lavorato alla American Greetings, la più grande compagnia americana di ideazione e realizzazione di biglietti di auguri. Quando è andato in pensione, negli anni ‘70, i computer non erano ancora del tutto personal, il desktop publishing stava nascendo e il graphic design era fatto di taglierini, carte adesive colorate, Letraset e pennarelli Pantone. Hal si è ritirato forse con saggezza, sicuramente con grande tempismo, quando la rivoluzione stava per avvenire. Aveva davanti a sé un numero X di anni in cui godersi la sua passione per la pittura. Poi è arrivata la AMD (degenerazione maculare legata all’età, patologia progressiva che può portare alla perdita completa ed irreversibile della visione centrale) a rovinare tutto.

Il signor Lasko si è spento nel 2014, a ben 99 anni, ovvero 44 anni dopo essere andato in pensione. Una vita lunga, troppo lunga quando il destino ci impedisce di godere delle nostre passioni.

Gli affezionati nipoti hanno trovato un modo insperato di aiutarlo, che ha avuto effetti affascinanti per chi ha a cuore l’innovazione: per il suo 85° compleanno gli hanno regalato un computer.

Questo è il genere di regalo che molti figli fanno ai vecchi genitori, riempiendoli di iPad e altri costosi giocattoli elettronici un po’ per amore e un po’ per senso di colpa, spesso dimenticando che per la generazione precedente sono semplici da usare quanto per noi è facile far decollare un A380.

In quel PC, come in tutte le macchine Windows, era preinstallato Paint, il software di disegno più insulso della storia dell’informatica.

Microsoft Paint, versione Windows XP

Microsoft Paint, versione Windows XP

A quelli come me, fedeli al culto Adobe, che venerano ogni giorno sua santità Photoshop, la parola Paint fa un po’ senso. Per molti anni è stato un software anacronistico, piuttosto inutile, buono solo per fare un veloce ‘copia e incolla’ dei printscreen e di salvarli come Jpeg.

Al signor Lasko, invece, serviva proprio Paint

Da quel momento, e fino al 2014, si è dedicato al suo amore, la pittura, con l’unico strumento che potesse aggirare la limitazione fisica: quel software di disegno che di fronte ai blasonati Photoshop, Gimp e Painter sembrava ridicolo. Un software dall’interfaccia semplice, che permette di dipingere con strumenti essenziali (per fargli un complimento), e di fare zoom estremi sull’immagine, fino a poter dipingere il singolo pixel.

Ed è così che Hal Lasko ha dipinto tutti i suoi quadri: pixel per pixel.

Un’operazione artistica che deve sicuramente molto al puntinismo di Seurat, ma il cui aspetto veramente interessante va cercato altrove. L’esigenza fisica di Lasko riporta la pixel art a quello stato di necessità che le dà senso. Quello stesso senso che fu all’origine della pixel art negli anni Ottanta, quando servivano immagini belle ma semplici, composte di pochi byte, e i pixel squadrettati e colorati erano l’unica soluzione. Quindi Lasko va molto oltre la semplice moda che oggi ci fa amare giocattoli vintage e videogame in finto stile arcade anni ‘80. Persino in piena era iPad, con cui è possibile dipingere con le dita su seriche superfici di vetro, Grandpa ha continuato a dipingere con il mouse in maniera scandalosamente “monobit”.

Hal Lasko, “Looking Up”, pixel art

Hal Lasko, “Looking Up”, pixel art

Mentre arrivavano gli schermi 2K e poi 4K con tecnologia Retina e i computer diventavano in grado di gestire i 32bit, Hal Lasko continuava a dipingere i suoi quadri con grazia certosina, un pixel alla volta, per ore e ore ogni giorno.

I nipoti hanno girato un documentario e la Rete ha fatto il resto. La favola di Grandpa ha fatto il giro del mondo e le sue opere oggi possono essere acquistate sul suo sito.

Normalmente crediamo che ‘innovazione’ sia creare una nuova cura per una malattia dell’occhio. Stavolta, ‘innovativo’ è stato il gesto di consegnare a un pittore quasi cieco (ma fortemente determinato) lo strumento meno moderno del mondo, l’unico però in grado di ridargli la vista.

 

 

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