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La lezione di Twickenham

Creatività significa sfidare il modo di pensare comune, il conventional wisdom, e trovare soluzioni innovative. Essere in grado di realizzarle significa fare innovazione e creare valore. Per farlo bisogna avere intuizione, coraggio, motivazione, competenza e capacità di realizzare. Tutto questo è avvenuto domenica 26 Febbraio a Londra, più precisamente a Twickenham, tempio del rugby inglese.

Vediamo i fatti. L’Italia rugbistica si presenta al cospetto di una delle due squadre più forti al mondo. La settimana che precede la partita è caratterizzata dalle richieste di far uscire gli Azzurri dal Torneo, perché non “degni” e dalle scommesse sullo scarto che sarà dato dai maestri inglese: 57 punti o addirittura di più.

Il team italiano, guidato da un Coach irlandese (Conor o’Shea, ex grande rugbista) e con una staff tecnico di tutto rispetto (Brendan Venter, Mike Catt e Giampiero De Carli), si inventa una tattica originale e molto efficace che prova in gran segreto per tutta la settimana.

In breve, nel rugby, quando viene effettuato un placcaggio, diversi giocatori cercano di appropriarsi della palla creando quella che viene chiamata una “ruck”. Quando c’è una ruck, nessun giocatore può superare la linea immaginaria creata dalla palla, altrimenti si va in fuorigioco. Questo è un paradigma del rubgy. Chi ha visto una partita di rugby, sa che si creano assembramenti di energumeni intorno alla palla e che ognuno sta dalla sua parte del campo. La regola, però, dice che se nessuno altro giocatore, oltre a chi ha effettuato il placcaggio, entra nella mischia non si crea il fuorigioco e i giocatori della squadra possono superare la linea della palla. Ebbene sabato gli Azzurri non hanno creato la “ruck”, ossia hanno rotto un paradigma, ma sia chiaro non una regola, e hanno mandato nel pallone gli inglesi. Alla fine del primo tempo, l’Italia guidava per 10 a 5, un punteggio inaspettato che ha lasciato il pubblico incredulo e i giocatori inglesi sgomenti: è ormai virale il video del capitano inglese che chiede all’arbitro, il francese Poite, cosa fare e si sente come risposta “Io faccio l’arbitro non il coach”.

Cosa ci insegna questa partita a Twickenham?

Evitare il disastro (o il fallimento) è una forte motivazione ma da sola non basta. Serve coraggio. Presentarsi davanti a 80 mila persone e infrangere un paradigma non è cosa da poco. Per capire la portata dell’innovazione, basta riportare il commento dell’allenatore degli inglesi Eddie Jones, che a fine partita ha commentato: “Questo non è rugby. Gli spettatori dovrebbero essere rimborsati”. Oppure l’inglese Dawson che ha scritto: “Immagino il caos che creerà nel mondo del rugby: vergogna Conor”. Anche il coraggio da solo non basta. Serve la competenza e l’applicazione. Bisogna sapere bene cosa si sta facendo ed applicarsi molto per realizzarlo al meglio.

Gli Azzurri ed il loro staff hanno avuto tutto questo. Complimenti e grazie! Ci hanno regalato un pomeriggio di grande soddisfazione, da ricordare a lungo, che ci ripaga di anni di brutti risultati contro gli inglesi. La stampa inglese addirittura ci fa i complimenti. Il Times dice: “Dimenticate la Georgia: l’Italia merita il proprio posto nel Sei Nazioni”.

Ultime note. L’Italia non è stata la prima a provare questa tattica. Ma sarà ricordata per sempre per quello che ha fatto. Si, è vero: alla fine abbiamo perso, perché negli ultimi 10 minuti siamo crollati e perché loro sono semplicemente più forti. Eppure è stata una vittoria amara per loro, ed una sconfitta dolce per noi. Infine, chissà se la Scozia sabato 11 Marzo non unisca alla forza che sta mostrando quest’anno, la creatività italiana, riuscendo così a rompere un paradigma che la vede sconfitta a Twickenham dal 1983.

Gli innovatori se lo augurano!

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