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Chi ha paura dell’innovazione?

La paura, spesso generata ad arte da interessi non sempre facilmente riconoscibili, è un freno all’innovazione con motivazioni di breve ma impatti (anche devastanti) nel lungo periodo

I periodi di crisi sono innegabilmente forieri di grandi idee che nascono da una spinta logica e naturale verso il cambiamento, nella speranza di portare soluzioni che dovrebbero aiutare i più ad uscirne per lanciare un nuovo ciclo di crescita. In questi casi, in un mercato quasi libero, è normale che qualcuno guadagni per la sua iniziativa imprenditoriale ed è molto positivo, poi, se ne potrà beneficiare un gran numero di persone e per vari motivi: servizi più efficaci ed efficienti, riduzione dei prezzi, generazione di un consistente indotto, creazione di nuovi spazi di competizione. Più spesso, invece, i cambiamenti che queste novità apportano sembrano suscitare paura, sospetto: si cercano e si enfatizzano i punti deboli, si ragiona per l’immediato senza guardare al medio-lungo termine, si valutano drammaticamente gli impatti sullo status quo. Quanto maggiore è l’impatto potenziale della novità, tanto più pressante e “terroristico” è il racconto che si diffonde. In Italia questa tendenza è ancora più forte a causa di una certa inerzia indotta dalla lentezza che ci contraddistingue negli ultimi 40 anni e di un sistema dell’informazione quantomeno problematico. Tuttavia, quando si riesce a farsi largo tra verità presunte e post-verità, quando si uniscono tutti i puntini ecco che appaiono gli interessi minacciati, i diritti acquisiti a rischio, gli intermediari in bilico. A questo punto, per esemplificare, sarebbe troppo facile parlare di Uber e della sharing economy in generale … quindi, non lo farò ma proverò a ragionare su altri casi con l’obiettivo di contrapporre paura e innovazione (con quanto può stare in mezzo).

Prendiamo il caso della blockchain. Il fatto che se ne parli così poco e con un certo alone di mistero può dipendere in parte dalla mancanza di veri e propri modelli di business ma in parte è legato all’etichetta che quasi subito è stata attribuita al bitcoin, la prima applicazione di questa tecnologia che risale, ormai, al 2009. Questa criptovaluta (non certo un nome rassicurante) è stata quasi immediatamente tacciata di essere lo strumento di pagamento usato nel deep web per i più loschi affari, dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico al finanziamento di cellule terroristiche. Altri gravi pericoli venivano paventati a proposito del furto di identità e del trafugamento di password, oltre a mettere in guardia sulla volatilità non solo dei cambi ma degli stessi siti che si occupano del cambio. Tutto questo, in aggiunta alle spiegazioni piuttosto esoteriche sugli algoritmi che generano moneta, hanno tenuto le masse abbastanza lontano dall’argomento e, come spiega anche la nostra innoformula, se non c’è appeal, l’innovazione fatica a portare valore. Eppure, in questi anni è nata più di una dozzina di altre criptovalute e numerose startup in ambito fintech si sono focalizzate proprio sulle potenzialità della blockchain.Tempo fa, un collega mi ha segnalato un magnifico TED di Don Tapscott in cui si comprende in maniera abbastanza evidente quali vantaggi può portare oggi questa tecnologia e quanti sviluppi si possono ora solo immaginare.L’economista canadese propone cinque esempi di applicazioni della blockchain che vanno nella direzione opposta ai timori diffusi inizialmente: la certificazione della proprietà (fattore assai critico nelle zone dove si susseguono colpi di stato e dittatori che si impadroniscono di terre e risorse di ogni genere), la creazione di una vera sharing economy (con scambi diretti tra proprietario e interessato e non tramite un soggetto aggregatore), la riduzione dei costi delle rimesse verso l’estero (di non poca rilevanza, vista la crescita dei fenomeni migratori in tutto il globo), la tutela della propria identità (con la creazione di identità virtuali autenticabili che scambiano solo le informazioni utili alle operazioni) e la retribuzione immediata di chi genera valore (ad esempio, chi inventa o partecipa alla realizzazione di opere di ingegno o altro che sia soggetto a diritti d’autore). Questi pochi casi sarebbero già sufficienti a far comprendere la portata di quella che alcuni chiamano la nuova era di internet ma sono soprattutto una chiara spiegazione della vera paura che suscita: la capacità di disintermediare completamente una serie di interazioni commerciali e di fiducia, aumentando nel contempo la sicurezza, la tracciabilità e l’efficienza. Istituzioni finanziarie di ogni genere percepiscono questa minaccia e molti spazi si aprono per nuovi attori il cui ruolo è essenzialmente quello di abilitare all’utilizzo della blockchain per operazioni di varia natura. Il modello di business non è ancora molto chiaro ma sono in gioco innovazioni fondamentali per provare a ridistribuire la ricchezza con maggior equità (non a caso, le prime implementazioni stanno riguardando proprio le attribuzioni dei giusti compensi lungo la filiera della produzione musicale e artistica in generale).

Vogliamo parlare della paura degli OGM? In Italia, una posizione puramente ideologica ha impedito non solo l’utilizzo ma persino la ricerca nell’ambito delle coltivazioni geneticamente modificate, con il risultato che numerosi esperti si formano e vanno a sviluppare all’estero brevetti che valgono miliardi di euro. La cosa realmente assurda è, però, che il divieto non si estende all’importazione, così che oggi, in Italia, l’allevamento di bestiame si regge su mangimi geneticamente modificati con cui produciamo i preziosi alimenti del tanto osannato made in Italy; nel contempo, le coltivazioni di riso, non più protette, sono seriamente minacciate dai funghi e quelle di mais non reggono al confronto con le rese che in altri Paesi gli OGM consentono, costringendoci ad importare una quota importante del fabbisogno. Anche in questo caso ci sarebbero da valutare interessi legati alla chimica di diserbanti e pesticidi e, forse ancor più, conflitti politici internazionali che hanno fomentato e sfruttato queste paure senza un fondamento scientifico, solo per danneggiare questa o quella parte. Eppure, siamo tutti geneticamente modificati, risultato di continue interazioni con l’ambiente e non possiamo pensare che sia tutto pericoloso a priori, accettando, però, rischi ben peggiori solo perché nessuno ci informa adeguatamente.

Altra paura che si sta facendo largo in questo periodo è quella per i robot e per l’automazione in generale. Stiamo andando verso la quarta rivoluzione industriale, con una presenza dell’uomo sempre più limitata e macchine sempre più capaci, interconnesse, flessibili ed efficienti. Si creeranno nuove opportunità di lavoro che richiederanno nuove competenze, si determinerà un nuovo equilibrio in cui l’accesso alle attività lavorative sarà necessariamente più qualificato ma la produttività (almeno quella industriale e dei servizi automatizzabili) non sarà un problema legato alle persone. Come sempre, i rischi stanno nel transitorio, quando il saldo tra i posti persi e quelli nuovi è pesantemente negativo, quando gli interessi in gioco sono fortemente divergenti (se ci si limita al breve termine). Questa paura, spesso corroborata dalla incapacità della politica di guardare al lungo periodo e disegnare percorsi di avvicinamento ai cambiamenti (prevedibili), diventa un forte ostacolo agli investimenti in nuove tecnologie, anche a discapito della folta e qualificata schiera di ricercatori che in Italia si formano e provano a realizzare qualcosa di buono. Bill Gates sta portando il suo contributo alla discussione, ragionando sulla possibilità di tassare i robot che sostituiscono il lavoro umano per far fronte alla perdita di posti. Potrebbe essere una buona idea per gestire il transitorio ma potrebbe anche rallentare l’innovazione a causa della facile delocalizzazione verso Paesi dove la manodopera costa meno di quella delle macchine. In ogni caso, quale politico, oggi, riuscirebbe a parlare di nuove tasse? Ci vorrebbero degli statisti, capaci di creare un sistema equilibrato che porti a regime un nuovo assetto industriale … ma da dove possiamo importarli?

Un ultimo esempio che vorrei affrontare riguarda l’innovazione nei modelli organizzativi. Tempo fa scrissi un articolo sull’olacrazia, incuriosito da un approccio che, in forma molto embrionale e non strettamente regolamentato, cerchiamo di seguire in Ars et Inventio sin dalle sue origini. Dopo aver letto di varie esperienze, positive e negative, mi sono reso conto che la paura è un grosso freno all’adozione di questo modello e, quindi, anche a possibili evoluzioni e affinamenti (a prescindere da quanto possa essere rigida la dottrina ispiratrice). L’abbandono delle gerarchie (e dei privilegi annessi, a partire dai meccanismi incentivanti), la necessità di focalizzarsi sulle proprie competenze (da sviluppare continuamente e mettere costantemente in gioco) e l’accresciuta autonomia decisionale spaventano sia i manager sia chi è abituato da anni a girare come una ruota di ingranaggio e non ha alcuna intenzione di abbandonare la propria zona di comfort. Allo stato delle cose, non mi sento di affermare che holacracy sia il modello organizzativo del futuro ma, per certo, la paura sta bloccando molti tentativi di andare oltre le classiche e spesso stucchevoli riorganizzazioni e sta impedendo di percorrere strade più favorevoli alla collaborazione, al superamento dei silos aziendali, all’apertura verso l’ecosistema di appartenenza.

Quelli sopra descritti sono solo alcuni degli esempi in cui la paura (e gli interessi che l’hanno suscitata) sta quantomeno rallentando (se non fermando) il processo d’innovazione, nella convinzione diffusa di limitare i danni nell’immediato e senza guardare alle conseguenze di medio-lungo termine. In Italia abbiamo perso già molto in questa “corsa” miope verso l’immobilismo (basti pensare al nucleare, con tutte le centrali poco manutenute d’oltralpe). Nessuno ha mai fatto i conti di quanto questo ci sia costato in termini di crescita, di sviluppo di competenze, di creazione di nuovi business (anche al netto dei pochi rischi reali che abbiamo evitato): sarebbe il caso di metter mano alla calcolatrice e trarne qualche conseguenza.

Un commento

  1. Molti sono ancora legati alla “schiavitù delle circostanze precedenti”. messa in luce da John Stuart Mill. Anche le istituzioni ci mettono del proprio: l’Uff. Italiano Brevetti impiega anni per il riconoscimento, semplicemente per chiedere correzioni o integrazione delle rivendicazioni di un brevetto. E’ la mentalità dell’abbiamo fatto sempre così che va abbattuta, iniziando proprio dalla base: innoviamo il processo di riconoscimento del brevetto!

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