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Sono un Chief Evangelist!

Oggi inizio una nuova avventura professionale. Tra amiche, amici e con nuovi traguardi: Chief Innovation Evangelist del Gruppo Bip. – Business Integration Partners.

 

Dal 1999 ho un problema. Da quando, nel secolo scorso, ho lasciato il posto fisso in banca nell’area finanza nella gloriosa COMIT, il mio problema è quello di spiegare a mia mamma e ai miei amici quale sia il mio lavoro. Oggi, alla luce della mia nuova avventura professionale, il mio problema si rinnova, anzi, se possibile, si è aggravato.

Sono diventato Chief Innovation Evangelist (nella letteratura degli acronimi possiamo dire C.I.E.), spesso anche detto Chief Evangelist, di Bip, la più grande azienda di consulenza di direzione a proprietà italiana. Bene, ovviamente so che state sorridendo perché la parola evangelista effettivamente richiama immagini ancestrali non proprio pertinenti ad un contesto professionale.

Da quando il mio ruolo è diventato ufficiale, le persone alle quali ho detto che lavoro facevo hanno reagito nei seguenti modi:

  1. Sorriso beffardo: 50%
  2. Mostrano vero interesse: 35%
  3. Invidia perché la ritengono un “job title” figo: 15%

Il vero tema è che è un lavoro vero e consistente. Ed essendo tale è caratterizzato da tre fattori:

  • deve essere utile all’azienda;
  • deve avere una proposta di valore internamente ed esternamente;
  • deve avere un perimetro d’attività definito.

Fattori che mi aiuterebbero a trovare una soluzione al mio problema. Per fare questo ho iniziato ad immedesimarmi nei miei attuali e futuri interlocutori e la prima domanda che mi sono posto è stata: “ma cos’è un CIE?” La seconda: “ma cosa fa un CIE?”.

Ho aggiornato anche il mio profilo su LinkedIn, quindi devo essere preparato a rispondere a tutte queste domande.

Poi mi è venuto in mente il famoso intervento di uno dei miei riferimenti, Simon Sinek alle TED Conference sulle “Why Companies”, e mi sono detto: “Stai sbagliando domanda”, la domanda giusta che mi devo porre è: “Perché un’azienda deve dotarsi di un Chief Innovation Evengelist?“.

La difficoltà principale di questo ruolo è quella di non poter essere classificato secondo un modello tradizionale. Ma non riuscire a spiegarlo immediatamente suscita negli interlocutori disinteresse e mi pone in una seria crisi di autorevolezza. Soprattutto in considerazione del flusso logico cognitivo che si insinua nel nostro cervello quando qualcuno si presenta a noi:

Nome>Azienda>Titolo > Ruolo > Potere > Budget > Opportunità e, se fossimo negli USA, nel flusso dovremmo inserire anche l’elemento “Reddito”.

Ma l’onere della spiegazione spetta a me.

Prima mi sono informato sui “colleghi” in giro per il mondo. Il primo risultato è che: “si, il Chief Innovation Evangelist, esiste” ed è un mestiere codificato. Il secondo risultato è che c’è una letteratura qualificata ed autorevole che supporta la scelta delle aziende di dotarsi di una figura di questo tipo.

Ma cosa è un Chief Evangelist? Cosa fa? e soprattutto perché?

Ho trovato una definizione esaustiva in un articolo dell’autorevole rivista Fast Company: “A Chief Innovation Evangelist is the person who can take care the company value purpose and deliver it to the success without an ounce of traditional marketing”.

Volendo declinare questa definizione nella realtà che vivo posso dire che il mio compito come CIE è quello di:

  • Essere capace di anticipare: arrivare a vedere le cose prima che le vedano o prima che arrivino gli altri. Se volessimo usare le metafore militari, sempre care agli esperti di strategia ed organizzazione aziendale, una sorta di Navy Seal anzi, visto che siamo in Italia, i COMSUBIN  dell’innovazione e degli scenari di business. Sviluppare le competenze per identificare le opportunità, le imminenti modifiche delle dinamiche tecnologiche e l’evoluzione dei comportamenti dei mercati. In continuo movimento di missione in missione, adattabile ai diversi terreni e alle differenti situazioni.
  • Essere capace di ispirare: un riferimento per le differenti componenti dell’ecosistema interno ed esterno alla azienda. Avere uno sguardo differente sui temi e sulle consuetudini quotidiane. Essere presente per scardinare e rompere il flusso ordinario e ordinato degli elementi di un sistema organizzato, dare una lettura differente, se non dirompente, dei paradigmi comportamentali e organizzativi.
  • Costruire network: sviluppare partnership e opportunità di collaborazione divergenti avendo una capacità di inclusione delle realtà apparentemente più lontane alle logiche di business dell’azienda in cui si lavora. Poter disseminare e ampliare la visione per veicolare la proposta di valore e raccogliere in continuazione nuovi stimoli da portare all’interno dell’organizzazione.
  • Relazionarsi con l’ecosistema: diffondere e informare il mercato e le risorse interne dell’azienda che l’azienda sta contribuendo, con le proprie attività, a costruire un mondo migliore, a definire un reale impatto positivo sulle vite degli individui veicolando un valore ed un proposito in modo continuativo, determinato, sostenibile e coerente attraverso il lavoro di tutti i giorni.

Il CIE è un agente d’impatto dell’ecosistema che l’azienda costruisce quotidianamente, è un agente dell’evoluzione dell’ecosistema stesso. Un ruolo per aiutare a modellare la direzione in cui il mercato e l’azienda sta andando non dal punto di vista commerciale ma culturale. Al fianco delle altre aree dell’azienda per capire cosa contribuisce a rafforzare e a sviluppare la proposizione di valore.

Il CIE contribuisce a disegnare la linea dell’orizzonte, a stimolare le persone a guardare oltre l’orizzonte, a sostenere la crescita in una dinamica sostenibile.

Quindi riprendendo la giusta domanda: perché avere nella propria organizzazione un CIE?

Il motivo risiede nell’evoluzione della capacità delle aziende e dei loro manager di leggere e di impattare il mercato e le persone, in sintesi la Leadership.

Nella seconda parte del secolo scorso, il modello di leadership è stato definito e costruito sulla base di uno schema mentale lineare: Raccolta dati, Analisi scenario, Definizione piano azioni, Esecuzione, Analisi e Correzione. Una sequenza destinata ad essere ripetuta nel tempo. Schema mentale tipico di una leadership che possiamo definire “direzionale”.

Nei primi 15 anni del nuovo secolo abbiamo potuto assistere al successo del modello di “leadership adattiva”. Un modello stimolato dalla famosa sigla V.U.C.A. (volatilità, incertezza, complessità e ambiguità) che ha premiato aziende flessibili, leggere chiamate digitali.

Oggi, nel mezzo di una delle fasi più importanti dell’evoluzione delle tecnologie esponenziali e delle dinamiche sociali tra Intelligenza Artificiale, Robotica e Innovazione diffusa, le aziende devono sviluppare un modello di “leadership consistente”.

Una leadership capace di proporre un “proposito” (purpose in inglese) aziendale che sia significativo, trasparente, distintivo e impattante in modo sostenibile. Esempio di questa dinamica sono:

  • la crescente attenzione ai temi della sostenibilità di business accanto ai temi dell’innovazione, in ENEL, Ernesto Ciorra è responsabile della funzione “Innovazione e sostenibilità” e ha dato vita ad un modello che si chiama “innovability“.
  • l’affermarsi del concetto e del movimento delle B.Corp per formalizzare e testimoniare nei modelli di business delle aziende le iniziative e gli obiettivi di Corporate Shared Value e Corporate Social Responsibility.

Il Chief Evangelist, in questo nuovo modello di “Leadership Consistente”, assume il ruolo di facilitatore e di catalizzatore del nuovo modello di leadership aziendale contribuendo ad anticipare, diffondere, ispirare e disseminare il “Corporate purpose”, anche MTP nel modello delle Exponential Organization,  attraverso la sua attività e la gestione degli strumenti propri di un marketing e di una comunicazione non tradizionale.

Un commento

  1. Complimenti, un altro articolo molto illuminante, una sintesi densa e chiara per descrivere una funzione della quale c’è un bisogno drammatico proprio in quelle aziende che non sono consapevoli di avere questa necessità.
    Condivido profondamente l’aspetto sulla sostenibilità e la citazione del movimento B coorp. A tal proposito va ricordato che l’Italia è il primo paese dopo gli USA ad avere legiferato in merito istituendo con la legge L. 28-12-2015 n. 208, Commi 376-384
    http://www.societabenefit.net/ ; http://www.societabenefit.net/testo-di-legge/

    Io sono un “evangelista” della promozione di questa normativa tra le aziende italiane e mi fa piacere che il gruppo dei promotori si allarghi.

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